Rassegna stampa

Rassegna stampa: Di padre in figlia

E’ partita bene la fiction di Rai1 Di padre in figlia, con Alessio Boni, Cristiana Capotondi, Alessandro Roja, Domenico Diele, Matilde Gioli, Stefania Rocca e Francesca Cavallin, per la regia di Riccardo Milani. La prima delle quattro puntate, in onda martedì 18 aprile, è stata seguita da 6 milioni 265 mila spettatori, pari al 24.23% di share.

Per il critico del Corriere della Sera, Aldo Grasso, è una saga familiare senza graffi d’autore:

Le saghe familiari sono un ottimo spunto per un racconto di largo respiro che, di norma, parte da un dettaglio quotidiano per aprirsi a una panoramica del Paese. E se protagoniste sono alcune donne, meglio ancora: i mutamenti della società si colgono con maggiore vividezza. La famiglia Franza, capitanata dal ruvido Giovanni (Alessio Boni), è la protagonista di «Di padre in figlia», una miniserie in quattro puntate nata da un’idea di Cristina Comencini e scritta da Francesca Marciano, Giulia Calenda e Valia Santella. La regia è di Riccardo Milani (Rai1, martedì, 21,25). La vicenda prende le mosse a Bassano del Grappa, l’anno è il 1958 (sui titoli di testa scorrono immagini di repertorio sull’emigrazione italiana in Brasile). Giovanni si sposa con Franca (Stefania Rocca), insieme hanno due figlie, Maria Teresa (Cristiana Capotondi) ed Elena (Matilde Gioli). Lo spirito del tempo e il carattere autoritario di Giovanni costringono il ramo femminile a vivere nell’ombra, anche se… Lo scorrere del tempo è caratterizzato dalla grappa (grappa barricata!), da vecchi filmati (il 1968 a Padova, l’università dei «cattivi maestri», è risolto da un disco di Fabrizio De Andrè, «La canzone del maggio» del 1973), da altre hit dell’epoca (Patty Pravo in particolare) e da una scenografia essenziale. La fiction di Rai1 è sempre perfetta per il pubblico di Rai1: questo il pregio e insieme il limite delle proposte di Eleonora Andreatta. Da questo punto di vista «Di padre in figlia» è esemplare. I temi trattati sono molto importanti (emancipazione, divorzio, aborto…), ma la sceneggiatura è sempre prevedibile, non ha mai un’impennata, un graffio autoriale. Così come la recitazione: Boni deve mostrarsi un po’ canaglia, la Capotondi impegnata, la Racca rassegnata, la Gioli spregiudicata e così via. La battuta più Viale Mazzini è di un’ex mantenuta: «Da quando ho visto l’Odissea in tv mi sono appassionata ai miti greci». Evvai!

Di padre in figlia avrebbe un passo superiore senza il problema di dichiarare l’intento, il racconto della famiglia-Paese e dell’emancipazione femminile, scrive su Repubblica il critico Antonio Dipollina:

POVERI uomini, nell’Italia 50-60. Vanesi, dispotici, con una concezione di sé spropositata. Dilettanti della vita destinati a essere surclassati dalle donne, vedi l’azienda Franza, grappe pregiate a Bassano. Il capofamiglia (Alessio Boni) è accentratore e non coglie quanto succede intorno, ossia nel ramo femmine, moglie e due figlie vessate ma pronte al futuro. Di padre in figlia, Rai1, regia di Riccardo Milani, avrebbe un passo superiore senza il problema di dichiarare l’intento, appunto il racconto della famiglia-Paese e dell’emancipazione femminile. In realtà tra la moglie (Stefania Rocca) che riceve strane lettere dal Brasile, le figlie opposte (Cristiana Capotondi e Matilde Gioli) e i mille pezzi di futuro che bussano là fuori, ogni snodo varrebbe una storia a sé. Ma ci vuole l’insieme, come da magna tradizione in fiction: e finché corrono ascolti che fanno impallidire qualunque altro pezzo di programmazione, guai a chi la tocca.

Invece per il critico di Avvenire, Andrea Fagioli, c’è qualcosa che stride:

C’è qualcosa che non convince appieno in questo Di padre in figlia iniziato martedì in prima serata su Rai 1. Sarà il tentativo di mettere insieme una vicenda di pura finzione dai toni melodrammatici con i drammi reali di alcuni passaggi epocali del secolo scorso, a partire dal fascismo e dal dopoguerra delle immagini di repertorio iniziali. Qualcosa stride. A poco servono gli stratagemmi come la dissolvenza tra le sequenze a colori e quelle in bianco e nero delle manifestazioni studentesche del ’68 e degli scontri con la Polizia (anche in questo caso con immagini di repertorio). Il tutto nel tentativo di dare l’idea della realtà collegandola all’affresco storico di una società in rapida trasformazione. La vicenda, ambientata nella seconda metà del Novecento, è comunque quella della famiglia veneta di Giovanni Franza, imprenditore di grappa in quel di Bassano in provincia di Vicenza. Giovanni (interpretato da Alessio Boni) è un padre-padrone, maschilista e fedifrago, ottuso quanto violento. A farne le spese sono soprattutto la moglie Franca (Stefania Rocca) e le tre figlie femmine, in particolare la più grande, Maria Teresa (Cristiana Capotondi): «I maschi comandano sempre sulle femmine», dirà nel giorno del battesimo del fratellino, l’ultimo arrivato, l’unico erede maschio di casa Franza. Anche se le vere protagoniste della fiction restano loro: le donne, con le loro contrastate storie d’amore e un’immensa voglia di riscatto e di emancipazione in un’Italia ancora chiusa al mondo femminile. Nata da un’idea di Cristina Comencini, la nuova fiction di Rai 1, diretta da Riccardo Milani, andrà avanti per altre tre puntate. La prima, intanto, ha registrato oltre sei milioni e duecentomila telespettatori con uno share superiore al ventiquattro per cento. Un buon risultato (escludendo sempre Montalbano, che anche in replica fa di più), determinato da un pubblico forse più ampio di quello tradizionale di Rai 1. Il linguaggio di Di padre in figlia è in effetti in qualche modo più “moderno”, diciamo così. Le situazioni sono piuttosto diverse da quelle consuete degli sceneggiati della rete ammiraglia della tv pubblica. Non a caso c’è più sesso che grappa. Almeno per il momento. Resta ora da vedere cosa accadrà con le donne al potere. Ci attendono momenti delicati come i dibattiti sul divorzio e sull’aborto.

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