Rassegna stampa

Rassegna stampa: C’era una volta Studio1

Grande successo di pubblico per C’era una volta Studio1, in onda lunedì 13 e martedì 14 febbraio su Rai1, che ha sfiorato i 7 milioni di spettatori. In particolare, la prima puntata ha registrato 6 milioni 719 mila spettatori (25.7% di share) e la seconda 6 milioni 712 mila (27.26%). Nella miniserie, diretta Riccardo Donna e prodotta da LuxVide in collaborazione con Rai Fiction, i sogni e le speranze di tre ragazze, interpretate da Alessandra MastronardiGiusy BuscemiDiana Del Bufalo, si intrecciano con la storia di un Paese in pieno boom economico e con lo scintillante mondo della televisione rappresentato dal varietà più innovativo e memorabile della Rai degli anni Sessanta: Studio Uno.

Per Aldo Grasso è una rievocazione macchiettistica, il racconto della nascita del programma è solo una cornice dove ambientare languide storie d’amore:

Per parlare di «C’era una volta Studio Uno» bisogna dimenticare «Studio Uno», quello vero, quello che ha fatto la storia della tv italiana, quello di Antonello Falqui e Guido Sacerdote, quello che ha inventato un nuovo linguaggio nell’ambito del varietà. Dimenticare tutto questo, altrimenti il confronto diventa impietoso e tutto si riduce a una rievocazione macchiettistica. Bastano infatti poche immagini di repertorio per rendere inclemente il raffronto. «C’era una volta Studio Uno» va preso per quello che è: la storia di tre ragazze che nel 1961 entrano in Rai, imperante il nuovo direttore generale Ettore Bernabei: Giulia (Alessandra Mastronardi), Rita (Diana Del Bufalo) ed Elena (Giusy Buscemi). Tutte e tre si ritrovano a lavorare in via Teulada: Giulia entra nel servizio opinioni, Rita come sarta (nonostante i suoi sogni di gloria) ed Elena come ballerina nel corpo di ballo. Attraverso le vicende sentimentali e lavorative delle ragazze, assistiamo alla nascita di «Studio Uno». Lo show è solo un pretesto, una sorta di cornice dove ambientare languide storielle d’amore. «C’era una volta Studio Uno», prodotto da Lux Vide, è scritto da Lucia Zei e Lea Tafuri ed è diretto da Riccardo Donna. Come sempre, la fiction italiana è poco attenta ai dettagli (dove sono le mitiche auto aziendali di color azzurro metallizzato?), poco scrupolosa. Un solo esempio. Quando a Giulia viene chiesto perché vuole entrare in Rai, risponde: «Perché la tv è il futuro, perché entra nelle case e fa sognare milioni di persone». Manco fosse Umberto Eco. Per questo mi piacerebbe molto che Rai Fiction facesse sua una frase di Antonello Falqui: «Odio tutto ciò che è casuale, fortuitamente lasciato agli eventi, fuori dell’orbita del pensiero. Accanto all’esigenza di accontentare il pubblico nei suoi desideri, ci deve essere anche una volontà di stimolo al buon gusto, a un minimo di senso critico».

Anche per il critico di Avvenire, Andrea Fagioli, la tv degli anni Sessanta è una sorta di sfondo “oleografico”, infatti il racconto si concentra sulla favola, come richiama in modo esplicito il “C’era una volta…” del titolo, con toni melodrammatici molto simili, anche per vicenda, a quelli di altre fiction del tipo Il paradiso delle signore:

“Dadaumpa”, “Da Da Umpa”, “Da-da-un-pa”… Dubito che qualcuno sappia come si scrive. Ma non è questo che conta. Quello che conta è che la canzone senza senso delle Gemelle Kessler abbia di fatto segnato un’epoca. E che ancora, a distanza di oltre mezzo secolo, quell’epoca la si ricordi con quella canzone e con quel balletto delle spilungone tedesche con le calze grosse e nere della serie “vedo non vedo”. Altri tempi. Del resto, «con un cocktail di rugiada e gin / dentro il calice di un fior / la petunia fa cin cin se le canti il da-da-umpa…», andava bene tutto. Era un’Italia diversa, che grazie al boom economico guardava al futuro con ottimismo e vedeva nella tv il mezzo privilegiato per realizzare il sogno della propria vita. Come le tre ragazze protagoniste di C’era una volta Studio Uno, la miniserie firmata dalla Lux Vide in collaborazione con Rai Fiction, in onda su Rai 1 lunedì e martedì in prima serata. Giulia (Alessandra Mastronardi), Rita (Diana Del Bufalo) ed Elena (Giusy Buscemi) si ritrovano nella mitica Via Teulada all’inizio degli anni Sessanta. Giulia entra nel servizio opinioni, Rita come sarta (ma vorrebbe fare la cantante) ed Elena come ballerina nel corpo di ballo. Intorno a loro, soprattutto alle loro tormentate vicende amorose più che a quelle televisive, ruota la fiction che prende spunto dal memorabile varietà della Rai, reso tale non solo dalle Kessler, ma anche da Mina e dall’intuito di Guido Sacerdote e Antonello Falqui con Ettore Bernabei novello direttore generale. Ed è curioso che adesso i figli Luca e Matilde si trovino a produrre questa miniserie con la casa di produzione fondata dal loro padre, rappresentato, per ovvi motivi, anche nella fiction. Alla tv degli anni Sessanta, però, si accenna soltanto: è una sorta di sfondo per così dire oleografico. Mentre il racconto si concentra sulla favola, come richiama in modo esplicito il “C’era una volta…” del titolo. A tratti si sfiorano toni melodrammatici molto simili, anche per vicenda, a quelli di altre fiction del tipo Il paradiso delle signore. A parte questo, come in tutte le produzioni Lux Vide, non mancano fortunatamente i valori positivi: dall’amicizia all’amore vero, anche per i figli.

Per il critico di Repubblica, Antonio Dipollina, è la miniserie più nostalgica e malinconica di sempre:

non per faccende di televisione, ma per la scontata messa in scena di un’epoca di progetti che si potevano realizzare e, inaudito, finanziare pure. Volevano fare l’ennesima favola su Rai1 quelli della Lux e lo hanno fatto con C’era una volta Studio Uno. Con il dichiarato pretesto del racconto di un pezzo epico di tv in realtà si narrava la storia edificante di tre ragazze protagoniste (Mastronardi, Del Bufalo, Buscemi) tra affermazione personale, caratteri opposti, sentimenti. Il tutto stipato di luoghi comuni della favola, appunto: compresi il Gatto e la Volpe (Fassari&Morelli) ma proprio loro, precisi. E inoltre i buoni contro i cattivi e a un certo punto i cattivi prendono il sopravvento ma essendo cattivi non ce la possono fare, sono scarsi, i buoni trionfano. Questo era, nessuno aveva annunciato cose diverse, e il pubblico che si voleva attrarre si è presentato compatto, nessuno escluso.

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