Rassegna stampa

Rassegna stampa: Marco Bocci “Solo” infiltrato nella ‘ndrangheta

3 milioni 644 mila spettatori, pari al 16.05% di share (18.52% di share sul pubblico attivo, fascia di età 15-64 anni, con picchi di oltre 4,7 milioni di spettatori), hanno seguito su Canale 5, mercoledì 9 novembre, la prima delle quattro puntate di Solo, la nuova serie targata Taodue con Marco Bocci.

Il critico Aldo Grasso sul Corriere della Sera scrive che la trama della nuova serie, scritta da Pietro Valsecchi, è densa e mutua i canoni classici dell’action movie, ma è anche una occasione per indagare gli ambienti sociali su cui si inserisce la criminalità organizzata:

Marco detto «Solo» (Marco Bocci) è un agente dello SCO (Servizio Centrale Operativo) che da un anno lavora sotto copertura per fermare un traffico internazionale di droga. Durante uno scambio di armi salva un membro di spicco della ‘ndrangheta calabrese Bruno Corona (Peppino Mazzotta), ottenendone la totale fiducia. Per questo viene arruolato nel clan, si trasferisce in Calabria e inizia una missione nelle vicinanze del porto di Gioia Tauro (Canale 5, mercoledì, ore 21.25, quattro serate). L’agente Solo sembra avere molti punti in comune con il personaggio di Domenico Calcaterra, interpretato da Bocci in «Squadra Antimafia»: è un uomo che vive perennemente in bilico tra il lecito e l’illecito (il Bene e il Male, in altri tempi) e agisce senza l’aiuto di nessuno, provando a contrastare i traffici della malavita. C’è anche, come seconda o terza storia, un intrigo d’amore, giusto per ispessire il racconto. Alla spietatezza degli eventi (la ‘ndrangheta non si fa problemi a eliminare un uomo dandolo in pasto ai maiali), corrisponde una scrittura controllata che ci permette di seguire il dramma di un investigatore solitario che, quanto più indaga, tanto più si sente coinvolto nell’equivoco e nell’ambiguità morale. La trama di «Solo» è densa di grovigli e traffici avviluppati e sciolti con straordinario senso della suspense, secondo i canoni classici dell’action movie. Ma è anche un’occasione per mettere in luce le psicologie individuali e collettive (la criminalità organizzata ha i suoi codici comportamentali), per descrivere gli ambienti sociali e le atmosfere inconsuete. Il potere della ‘ndrangheta vive su un impasto vischioso, su una materia informe, torbida e sinistra. Chi lo combatte si sente sempre e irrimediabilmente solo. Prodotta da Taodue, la serie è scritta da Pietro Valsecchi (soggetto di serie), Mizio Curcio, Leonardo D’Agostini, Giorgio Nerone e Andrea Nobile. La regia è di Michele Alhaique.

Anche per il critico di Avvenire, Andrea Fagioli, in Solo la ‘ndrangheta è raccontata dall’interno, con piglio più cinematografico che televisivo, per tentare di capirne i meccanismi:

Partenza adrenalinica: sgarri, sparatorie, inseguimenti, morti, feriti, valigette di soldi…. Tutto secondo copione. Poi la quiete dopo la tempesta per scoprire chi sono e cosa fanno i nostri protagonisti, relazioni amorose comprese, anzi: soprattutto quest’ultime serviranno a tener su l’altra metà della storia, magari con il solito triangolo. Niente di nuovo quindi sotto il cielo di Solo, la nuova fiction in quattro puntate il mercoledì sera su Canale 5, prodotta da Taodue con la regia di Michele Alhaique, il soggetto di Pietro Valsecchi e la sceneggiatura di Mizio Curcio e Andrea Nobile. Niente di nuovo, però, a livello di vicenda. Mentre cambiano i modi del racconto. Ma andiamo con ordine. Solo narra la storia di Marco, un agente sotto copertura infiltrato nella potente famiglia calabrese malavitosa dei Corona, che controlla il porto di Gioia Tauro. Marco, il cui nome in codice è Solo, finirà così in una spirale di violenza senza ritorno che metterà a rischio non solo la sua vita ma anche i suoi sentimenti e la sua etica. Le scelte che farà ogni giorno per non far scoprire la sua vera identità, compresa la partecipazione a orribili omicidi, lo condurranno in una zona d’ombra tra bene e male, tra Stato e criminalità, fino a costringerlo a scegliere tra la donna che ama e un nuovo legame a cui non può sottrarsi per il bene della missione. Il fatto che Marco sia interpretato dall’omonimo Marco Bocci (che se la cava bene, va detto) conferma il prototipo del poliziotto bello e impossibile. Anche l’essere sotto copertura non è certo un inedito per il genere poliziesco. Dicevamo però che le novità sono altre, a partire dal ribaltamento dell’ottica. Spesso e volentieri in queste fiction le cose sono viste dalla parte della Polizia (della legge). Qui invece sono viste dal versante della ‘ndrangheta (della delinquenza). Non certo per giustificarla, ma per tentare di capirne i meccanismi. Non è un caso che ad interpretare il perfido Bruno Corona sia stato chiamato Peppino Mazzotta, l’attore che impersona l’affidabile ispettore Fazio, quello che annota i pizzini per il commissario Montalbano. In questo caso è solo un’anima nera capace di atti immondi. Anche lui fa dunque parte del ribaltamento di prospettiva per questa ‘ndrangheta raccontata dall’interno, con piglio più cinematografico che televisivo e che per ora si lascia vedere.

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