Rassegna stampa

Rassegna stampa: il flop di Dieci Cose

E’ finalmente terminata l’agonia di Dieci Cose, lo show condotto da Flavio Insinna e Federico Russo per quattro sabati in prima serata su Rai1. Il programma è partito il 15 ottobre con 2 milioni 368 mila spettatori, pari al 10.88% di share, ospitando Alessandro Cattelan e Gianluigi Buffon. Nelle successive puntate il programma è cresciuto leggermente, ottenendo 2 milioni 506 mila spettatori (11.17%) nella seconda puntata con Antonella Clerici e Stefania Sandrelli, 2 milioni 613 mila (11.48%) nella terza con Gianna Nannini e Gigi Proietti, mentre l’ultima puntata con Rita Pavone e Enrico Brignano è stata seguita da 2 milioni 833 mila (12.46%). Lo show è stato comunque nettamente sotto la media autunnale della prima serata di Rai1 e ha permesso al diretto programma concorrente Tu si que vales di recuperare, dopo un inizio di stagione sottotono, e doppiare lo stesso show della prima rete Rai.

Lo zoccolo duro di Raiuno non ha salvato lo show dal flop, scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera nella rubrica La televisione in numeri:

È approdato ieri alla sua puntata conclusiva lo show-esperimento «10 cose» e il numero dieci non pare, per la verità, aver portato molta fortuna al programma. Al 10%, infatti, si è pericolosamente avvicinata la media di ascolto della trasmissione fin dalla prima puntata, a metà ottobre. Se consideriamo che nel periodo di garanzia d’autunno, quello più importante per le risorse pubblicitarie, la media di Raiuno per la prima serata è del 17%, si capisce subito che all’appello mancano più di sei punti di share. Dopo le prime tre puntate (su quattro) la media di «10 cose» è stata di 2.495.000 spettatori, per una share dell’11,2%. Il sabato sera la sfida è resa particolarmente complicata dal durevole successo su Canale 5 di «Tu si que vales» con De Filippi & Scotti, che la scorsa settimana ha più che doppiato il competitor di Raiuno (25% di share, pur su una durata molto più ampia, forse eccessiva, di oltre tre ore…). Verrebbe da dire che il servizio pubblico ha (anche) altri obiettivi, ma si fa fatica a vederli incarnati nel nuovo programma, anche dal punto di vista della composizione del pubblico che raccoglie: al di là della quantità (troppo limitata), gli spettatori effettivi sono né più e né meno dello zoccolo duro della rete. Spettatori, dunque, con più di 65 anni (18,5% di share su questo target), con bassi livelli d’istruzione, e una prevalenza regionale del Centro-Sud. Uno degli aspetti su cui il servizio pubblico dovrebbe più lavorare è ritrovare la sua universalità, ricomprendendo, per esempio, anche gli spettatori più giovani: fino a 54 anni di età il pubblico di «10 cose» resta ben sotto il 10%, con picchi negativi proprio sui quindici-ventenni (poco più del 4% di share). Insomma, dieci, o forse più, sono le cose su cui varrebbe la pena riflettere nel varare un programma in tv.

Per la critica de La Stampa, Alessandra Comazzi, il programma, nato da un’idea di Walter Veltroni, sarà ricordato tra i maggiori flop di Rai1:

Ultima puntata di Dieci cose trasmessa, agonia terminata. Non quella degli spettatori, che hanno usato l’arma del telecomando, mollando subito, bensì dei conduttori. Certo, agonia di lusso, ma sempre tale. Una tristezza, vedere Flavio Insinna e Federico Russo guidare con sempre minore convinzione, con un’aria da poveri noi, il programma che sarà ricordato tra i maggiori flop di Rai 1. Questa volta nemmeno i cortesi ascolti di default tipici della rete ci sono stati. […] Se sono davanti alla tv di sabato sera e mi voglio rilassare, meglio le esibizioni, demenziali ma anche talentuose, di sconosciuti e giurati, piuttosto che una oratoriale lista delle cose importanti della vita. Illustrate da personaggi non fondamentali. Impaginate senza allegria. Esperimento curioso, una sorta di tv alla Fazio priva di Fazio, con il suo ex regista anche autore, Duccio Forzano, un suo classico autore, Pietro Galeotti, la produzione Magnolia e un’idea di Walter Veltroni. Lui a queste liste vertiginose alla Eco, ma pure alla Hornby, è aduso da tempi prefaziani, il suo libro I programmi che hanno cambiato l’Italia è del 1994 mentre Anima mia, la trasmissione, è del 1997. Però non importa calcolare chi ha avuto prima l’idea, ma come è stata realizzata.  E questo Dieci cose, pur sfarzoso (difficile non chiedersi quanto sarà costato), era mesto. E nessuna operazione nostalgia può essere mesta. Altrimenti scappa per primo il pubblico di riferimento di Rai1, quei famosi anziani che la mestizia la aborrano.

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