Rassegna stampa

Rassegna stampa: The Young Pope

Venerdì 21 ottobre è iniziata su Sky l’attesa serie The Young Pope, firmata da Paolo Sorrentino. I primi due episodi sono stati seguiti complessivamente, su Sky Atlantic e Sky Cinema e sui rispettivi canali +1, da 953 mila spettatori, un record assoluto per il debutto di una serie tv su Sky.

Per Aldo Grasso The Young Pope è un’antiserie che parla di un’antipapa, che si regge su un azzardo linguistico di non poco conto: azzerare, o quasi, la trama e affidare il procedere del racconto ai soli dialoghi:

«The Young Pope» rappresenta un paradosso capace di scuotere il mondo della serialità: è un’antiserie che parla di un antipapa, un Caligola con abito talare, una contraddizione che vuole affermare un’idea (Sky Atlantic, venerdì, 21.15, 10 episodi). E il paradosso si regge su un azzardo linguistico di non poco conto: azzerare, o quasi, la trama e affidare il procedere del racconto ai soli dialoghi. Inutile citare Fellini (troppo espliciti i riferimenti) o Antonioni (si allude a la Notte con la battuta sui capelli che fanno male?). Sorrentino si cita da solo. E lo fa troppo spesso. Il protagonista di «The Young Pope» è Lenny Belardo (Jude Law), viene da New York e ha 47 anni. È diventato Papa grazie agli intrighi del card. Voiello (Silvio Orlando), che desiderava un pontefice mediatico e manipolabile.Ha preso il nome di Pio XIII e se ne infischia della Curia. Anzi, ha scelto di farsi aiutare da suor Mary (Diane Keaton), la suora americana che l’ha cresciuto quando era in orfanotrofio, dopo l’abbandono da parte di genitori hippies (evidenti i riferimenti a papa Pacelli e a suor Pascalina). Il tradimento è la sua ossessione. Il Papa si rivela un personaggio stravagante (per colazione vuole una Cherry Coke e cita Banksy e Mina), inafferrabile (pensa che il gioco sia l’unica possibilità di sentirsi in armonia con Dio), vendicativo e blasfemo (vuole che il suo confessore gli riveli i peccati degli altri cardinali). Il bisogno di dominare dispensa dal bisogno di credere. «The Young Pope» procede per illuminazioni che a volte si risolvono in vividi squarci sugli intrighi di Curia e altre volte in cicalecci teologici. C’è un’ironia che muove i personaggi negli antri vaticani e nei labirinti delle dottrine, capace, nei momenti migliori, di trasformarsi in un girotondo grottesco da cui è fuggito lo Spirito. L’Intrigo è conseguenza diretta del Peccato, la materializzazione immediata della Caduta. Di qui parte la storia del giovane Papa.

Il Papa di Sorrentino, geniale o blasfemo, divide, secondo il critico di Repubblica, Antonio Dipollina:

Un gran bel Papa. E non solo perché è Jude Law. L’arrivo di The Young Pope, serie tv in dieci puntate su Sky, smuove l’ambiente, attira gli entusiasti di Paolo Sorrentino, innesca mugugni e fa prevedere reazioni forti via via che il lavoro si diffonderà. Per la partenza Sky annuncia risultati corposi, 935mila spettatori complessivi sui vari canali, repliche comprese, ben superiori al debutto di Gomorra (e questo magari era prevedibile). Ma tra avversari, mondo cattolico in senso stretto, detrattori, si avvertono segnali di rivolta. Questo Papa che fuma – fumano tutti in questo Vaticano – che tenta di estorcere al cardinale le confessioni degli altri, che parte con il sogno della montagna di neonati in piazza San Marco e, a seguire, il discorso – sognato – in piazza San Pietro a base di amore libero e preservativi, che dice di non credere in Dio – sarebbe un paradosso, ma si sa come vanno queste cose: e che inoltre appare nella prima scena non sognata bello, di schiena, come mamma l’ha fatto, finisce per restare una provocazione in sospeso e in attesa. Ma per esempio c’è già Famiglia Cristiana che non ci sta, il critico Maurizio Turrioni descrive il Papa- Law (“Il Papa bono” secondo i lazzi del web) come “una macchietta che strizza l’occhio al pubblico americano”. E ancora, pur tra lodi per la potenza visiva di Sorrentino, la richiesta di violare il segreto della confessione è “blasfemia” e lo sguardo del regista sulle cose di Chiesa (“Nemmeno una preghiera in due ore”) è “freddo, un bluff piuttosto che un flop”. E perfino il magnifico Silvio Orlando viene additato come interprete macchiettistico, il suo Segretario di stato sarebbe una sorta di “Andreotti del Vomero”. Per chiudere chiama a sostegno addirittura Nanni Moretti, il cui Habemus Papam, per il critico del settimanale cattolico, aveva pietas e profondità di pensiero che The Young Pope si sogna. E il paragone con il film di Moretti verrà battuto parecchio, a occhio, in futuro, pur essendo imparagonabile il film all’esperimento di serie tv tentato dal premio Oscar. Per non dire degli altri esempi tv con le vite dei papi in primo piano, su RaiUno il Wojtyla impersonato da Jon Voight o magari anche il papa Luciani, sempre RaiUno, va da sé, interpretato da Neri Marcorè e altri esempi si potrebbero fare. E che dimostrano quanto in realtà sia forte lo spariglio proposto da Sorrentino. Per Sky, in realtà, se c’è da vantarsi è di aver sostenuto una serie che cambia la prospettiva, al momento ferma al luogo comune “i registi del cinema si danno alle serie tv”. Sorrentino è andato oltre: l’estro del regista (che serve a tutti: agli estimatori, ai detrattori, a Crozza) mette cinema vero giocando alla tv, prendendosi libertà che si potranno sempre giustificare con il prodotto ibrido. In un lavoro in cui ci si diverte, ci si sorprende e vanno in debito d’ossigeno quelli che vorrebbero eccepire. Jude Law non ha bisogno di altre soddisfazioni dalla vita: voler sempre più bene a Silvio Orlando è invece un attimo. C’è un buon motivo per attendere venerdì prossimo e anche i successivi.

Su Repubblica anche il commento del giornalista e scrittore Corrado Augias:

CHE sarebbe stato un successo era scritto. La firma del regista che ormai si conferma tra i più prolifici oltre che più dotati autori non solo italiani. IL SOGGETTO, ovvero il papa, in un momento in cui il papato romano, dopo un periodo di vicende negative che hanno accompagnato sia Karol Woytjla (il rapimento Orlandi, lo scandalo Ior) sia Joseph Ratzinger (la pedofilia, i corvi) sembra aver ritrovato con papa Bergoglio una missione pastorale che s’era smarrita. Non trascurerei i copiosi mezzi messi insieme dai produttori e dalla lungimiranza di Sky. Dunque, successo. Meritato. L’idea che mi sono fatto dopo le prime due puntate è che Paolo Sorrentino abbia trovato nel racconto tv il suo vero passo narrativo, il suo respiro, il suo ritmo. Complimenti, benissimo; ma per raccontare che? Questa è una domanda alla quale non si può ancora rispondere. Delle dieci ore di cui è composto il racconto ne conosciamo due, impiegate per presentare i personaggi e illustrare i loro rapporti. Che sono doverosamente difficili, problematici, segnati da contrasti profondi come ordina la legge del feuilleton ma suggerisce anche la realtà vaticana come l’abbiamo conosciuta. Difficoltà che riguardano le persone, il loro passato, la visione del mondo e della fede. Ma che prendono corpo e si sviluppano anche all’interno di ciascuno di loro. Il segretario di Stato, interpretato dall’ottimo Silvio Orlando, potrebbe sembrare una specie di Andreotti fatto cardinale – come forse il vero Andreotti avrebbe voluto; ma s’intuisce che la sua personalità non è solo quella del vecchio maneggione di curia. Anche il personaggio di suor Mary (Diane Keaton), che il papa sceglie come sua segretaria personale, ha già fatto balenare alcune interessanti sfaccettature. Lei e il papa sono entrambi americani, quando Pio XIII era rimasto orfano da bambino è stata suor Mary a fargli da madre. Ora il bambino è diventato la massima autorità cattolica. Interessante rovesciamento. Poi c’è lui, Jude Law, che come sovrano regnante “sibi imposuit nomen” Pio XIII. La figura di Pio XII (Eugenio Pacelli) non ha ancora una sistemazione storica definitiva, fu un papa rigidamente conservatore, sospettato di simpatia verso il regime nazista che lo portò a sottovalutare in modo grave lo sterminio del popolo ebraico. Perché Sorrentino ha scelto per lui un nome così impegnativo? La risposta per ora non c’è. Law si presenta come un papa violentemente rivoluzionario, ma anche autoritario e sferzante; innovatore e reazionario insieme per arrivare fino alla blasfemia. In certe scene che sfumano nel sogno, il papa esorta i fedeli alla masturbazione, a ricorrere all’aborto, a praticare l’amore omosessuale. Arriva a dire: Non credo in Dio. Poi certo proclama il contrario, esorta, ordina, di ricordarsi solo di Dio, di dedicarsi solo a lui, intanto però il sogno c’è stato e già gli antichi sapevano che i sogni portano spesso la verità, Freud l’ha solo sancito. Come andrà a finire questo moderno, stravagante, assurdo papa, con il suo doloroso passato? Per una curiosa coincidenza, l’editore Raffaello Cortina ha appena mandato in libreria un apologo dell’etnologo Marc Augé dal titolo Le tre parole che cambiarono il mondo. L’autore immagina che nella Pasqua del 2018 papa Francesco apra il tradizionale indirizzo Urbi et Orbi gridando: “Dio non esiste!”. L’intento è morale: se in nome di Dio si commettono stragi e violenze, meglio azzerarne l’idea affidandosi alla ragione. Questo per quanto riguarda Augé. E Sorrentino? Lo sapremo alla fine di molte, intricate avventure.

Dal Papa buono al Papa cattivo di Sorrentino, scrive su La Stampa il giornalista Alberto Infelise:

«Quando tornate a casa, date uno schiaffone ai vostri bambini: loro sanno perché». Il passaggio dal Papa buono (Giovanni XXIII) al Papa bono (Jude Law) sarebbe perfettamente suggellato dalla parafrasi del finale del celebre discorso alla luna del povero Giovanni Roncalli. Perché il Papa di Paolo Sorrentino (Pio XIII) è il ribaltamento di ogni narrazione sulla Chiesa Cattolica fatta negli ultimi sessant’anni o giù di lì. E per questo è un successo. Se per il Vaticano questo è l’anno del Giubileo della Misericordia, per Sky questo è il Giubileo degli Ascolti. Quasi un milione di persone hanno seguito le prime due puntate. Più del doppio rispetto al celebratissimo “Gomorra”. Alleluia. Fa il suo dovere il fascino del male, della cattiveria, della durezza, della pratica del potere assoluto. Ma non basta. Fosse solo questo, “The Young Pope” sarebbe la versione d’Oltretevere di “House of cards”, con Pio XIII nel ruolo di Frank Underwood e suor Mary in quello di Claire. Ma Sorrentino, sornione come un gatto che gioca lento (lentissimo) a torturare il topo, punta più in alto. O forse altrove. “Cosa abbiamo dimenticato?”, urla minaccioso alla folla Jude Law nel primo discorso dal sagrato di San Pietro una volta eletto Papa, replicando il gesto della braccia spalancate e il volto al cielo che fu di Pio XII in visita al quartiere di San Lorenzo bombardato. A quella domanda seguono delle risposte che ammutoliscono la piazza prima osannante. Se la Chiesa, degli Anni Cinquanta in poi, ha lottato per costruirsi un nuovo ruolo nella storia, fondando la sua immagine sul sorriso, l’accoglienza, la bonomia, la comprensione, l’empatia, il Pio XIII della fiction è l’opposto. Disprezza gli uomini e la loro sete di rapporti cordiali. Disprezza le loro piccolezze, i peccati, le debolezze, la voglia di essere rassicurati. “Ognuno è solo di fronte a Dio. Dio non si occupa di voi, così come voi non vi occupate di lui. Non vi sono vicino, né lo sarò mai”. Il giovane Papa di Sorrentino aggredisce le domande intorno alla natura dell’uomo e il suo rapporto con Dio e l’eterno. E le scarnifica. “Sono ambiguo – recita Jude Law – come il Padre, il figlio e lo Spirito Santo. Come Maria, vergine e madre. Come gli uomini, buoni e cattivi”. Nessuna consolazione (né nella filosofia, né nella religione, sorry), nessuna pietà per i fedeli che cantano garruli parole semplici. Nessuna propensione all’egualitarismo. Più di tutto, nessuna concessione allo spirito dei tempi. Ecco che cosa ci eravamo dimenticati. La Chiesa preconciliare, il suo vertice nell’esercizio brutale del potere assoluto. Così come, in vari, più o meno cruenti modi l’avevano conosciuta i nostri antenati per qualcosa come diciassette secoli, dal Concilio di Nicea alla fine della seconda guerra mondiale. Pio XIII è persino ritratto con la severa, antica e ricchissima tiara simile a quella di Innocenzo III (il Papa che fece massacrare migliaia di eretici e fu lì lì per scomunicare san Francesco). Del resto il fatto che Giovanni XXIII fosse definito “il Papa buono” avrebbe dovuto lasciare più di un dubbio ai contemporanei su quello che nella storia dei papi è piuttosto chiaro: ce ne è stato più di uno abbastanza cattivo. Dove le parole d’ordine nell’ultimo mezzo secolo sono state compassione e vicinanza, in Pio XIII la negazione di sé agli altri è totale. Negli anni abbiamo imparato a convivere con le foto del Papa, le bandiere del Papa, i piattini del Papa, le gondole di Venezia col Papa, la palla che se la giri esce la neve col Papa. Pio XIII esige di non apparire più ai fedeli. Come Mina ai fan. Come Dylan all’Accademia del Nobel. Come l’olio di palma in ogni prodotto che la mamma perbene fornisce ai suoi pargoli. Le prossime otto puntate diranno dove Sorrentino ha deciso di portare la sua Chiesa dell’incubo. Molto probabilmente in nessun posto rassicurante. E proprio per questo, maledettamente attraente.
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