Rassegna stampa

Rassegna stampa: I Medici

Il grande successo ottenuto dai primi due episodi della nuova serie I Medici, in onda su Rai1 martedì 18 ottobre, seguiti da una media di 7 milioni e mezzo di telespettatori, ha scatenato la carta stampata, con l’analisi dei vari critici e storici.

Per Aldo Grasso la serie è un progetto ambizioso con grandi attori, Dustin Hoffman e Richard Madden, e il sapore della saga. Infatti sul Corriere della Sera scrive:

Firenze, 1429. Giovanni de’ Medici, grazie all’accordo stipulato con il Papato, ha trasformato la sua banca di famiglia in una potenza economica senza eguali, nonostante le ricorrenti accuse di usura. Quando Giovanni viene assassinato, i suoi figli, Cosimo e Lorenzo, sono costretti ad affrontare numerosi nemici che complottano contro il potere dei Medici. Non c’è dubbio circa l’ambizione di questo progetto. Gli attori (Dustin Hoffman e Richard Madden su tutti), il periodo storico (il Rinascimento a Firenze, il rifiorire delle lettere, delle arti e delle scienze), il respiro internazionale, il sapore della saga: quella dei Medici è intricata, appassionante, misteriosa. I Medici si alternano per molto tempo nelle stanze più influenti del potere ecclesiastico e secolare, partecipando alle vicende storiche e spesso cambiandone il corso. «I Medici», ideato da Nicholas Meyer e Frank Spotnitz, diretto da Sergio Mimica Gezzan, non si confronta con la fiction italiana ma con quella internazionale (Rai1, martedì, 21.30). Basti pensare ai «Borgia» con Jeremy Irons. L’intento, spesso raggiunto, è quello di rendere avvincente una storia che può godere di uno degli scenari più belli del mondo. Ogni tanto, però, si cade nel didascalico e l’uso eccessivo del flashback a volte rompe la linearità della storia, a volte rompe, e basta. Ai tempi, non si andava tanto per il sottile per la conquista del potere e anche la Roma papalina non era da meno: per questo assistiamo in Vaticano a scene di sesso, sodomia e corruzione davvero inusuali per gli standard narrativi della Lux Vide, la casa di produzione fondata da Ettore Bernabei. Ovviamente i titoli di coda ci rassicurano che la storia è «frutto di fantasia» e nel corso delle prime puntate ci viene ripetuto quello che potrebbe essere il motto dei Medici: «Fare qualcosa di male per raggiungere il bene». Che è anche un po’ lo scopo della fiction italiana.

Per il critico di Repubblica, Antonio Dipollina, Dustin Hoffman non sbaglia un colpo:

LONTANI i tempi in cui non sbagliava un film, il punto è che Dustin Hoffman non sbaglia una serie tv a giudicare dal trionfo de I Medici di RaiUno, con annesso dibattito su quanto sia fiction e quanto invece il lavoro evolva verso il paradiso delle serie tv internazionali di livello e al passo coi tempi. Ed è curioso che tutto sia opera della Lux di Bernabei e che la prima serata di RaiUno sia attraversata, facendo il pieno di pubblico, da storie calibratissime con dentro soldi, potere, sesso e Arte, maiuscola, varia. Forse è solo successo che al momento di scrivere si siano fatte le cose giuste, va da sé con budget adeguato. Fermo restando che gli ohh di meraviglia sono scattati al responso Auditel, per la rutilante e afflitta Rai attuale quasi una festa di redenzione. E con modica dose di Vaticano dentro.

Su Repubblica anche l’analisi dello storico Franco Cardini:

SUCCESSO annunziato, promessa mantenuta. Da settimane la foto di famiglia con un Dustin Hoffman “padre-padrino” in posa come il capofamiglia- capogang di casa Medici dalla mano forte e sicura appoggiata su un giovane aitante Cosimo dalla barba perfettamente anacronistica (nel Quattrocento non la portavano) ci guardava dritti negli occhi non solo dai piccoli schermi ma perfino dalle gigantografie sugli autobus. L’effetto Cani-di-Pavlov ha fatto centro: il banco degli ascolti è saltato, quasi otto milioni di appartenenti a uno dei popoli che leggono meno e che hanno uno tra i più bassi numeri di laureati in tutta Europa si è disciplinatamente sorbito la saga dei Medici prodotta da Rai Fiction-Lux Vide. Ed ecco qua il menu. Paesaggi mozzafiato, dalla Valdorcia all’Alto Lazio: Montepulciano, Pienza, Bagno Vignoni, Viterbo, Caprarola. Eccellenti musiche risultato della collaborazione tra Paolo Buonvino e la pop star Skin. Interessanti e quasi pertinenti costumi interpretati da Alessandro Lai con una qualche attenzione filologica e un’originale – ancorché discutibile reinvenzione della tavola cromatica rinascimentale (quindi della sua luce) con l’introduzione di modernissimi toni “sfumati”. Lo charme di Miriam Leone in qualche scena misuratamente hard. Un inizio da Murder Story, con la promessa di un “giallo” da scoprire. E il duello tra i nobili orgogliosi egoisti e crudeli da una parte, una famiglia un po’ malavitosa ma che “sta col popolo” e vuole la pace dall’altra. Come nei western. Intrighi, uccisioni, cardinali corrotti e papi avventurieri sullo sfondo. Un discreto cocktail, adatto a chi ad esempio ama la public history, questo nuovo contenitore trendy che in sostanza indica la storia spiegata a gente che non la sa da parte di altra gente che non la sa nemmeno lei, un po’ l’imparicchia e un po’ l’inventa. Vabbè: però la storia, quella vera, dov’è? Semplicemente, non c’è. Qui troviamo un racconto confuso – reso più inestricabile ancora dall’uso continuo del flashback – un cenno a scismi papali e ad elezioni pontificie poco credibili (con il concilio di Pisa del 1409, dal quale uscì papa col nome di Giovanni XXIII il candidato dei Medici, Baldassarre Cossa, che però viene spostato a Roma), fugaci e inesplicabili presenze come quella di Francesco Sforza in una guerra di Lucca spesso evocata e mai spiegata, una caricatura dell’oligarchia fiorentina “guerriera” contrapposta a banchieri e mercanti (mentre invece mercanti erano tutti). C’è anche il Brunelleschi con la sua brava cupola, arrangiata però a mezzuccio demagogico per “creare posti di lavoro”, come avrebbe detto Berlusconi. E dai “titoli di coda” apprendiamo che non c’è nemmeno l’ombra di un consulente storico, nemmeno un libro serio di riferimento. I soggettisti hanno fatto tutto da soli. D’altronde, questa è evidentemente la storia che piace a un pubblico il quale non vuole né leggere né imparare, eppure sembra assatanato di voglia di fuggire dal proprio tempo. Le aule universitarie sono deserte, ma il Belpaese rigurgita di sagre e di festival nei quali si celebra il Medioevo Immaginario, l’Altrove collettivamente recitato in maschera. È un Medioevo che impazza in millantati giochi, tornei, gare di balestra, esibizioni di giullari. Un medioevo che magari sfrutta autentici scenari artistici o paesistici, o li restaura, o li ricrea, che lancia torme d’improbabili pellegrini e di sedicenti cercatori del Graal su nuove Vie Francigene assalite da telecamere e punteggiate di B&B. Un medioevo con un fatturato spesso da capogiro. Le cattedrali c’erano, anche prima che se ne occupassero Ken Follett e Dan Brown: ma chi se ne curava? Allora: storia ignorata, storia profanata, storia falsata: ma storia inseguita. Che cos’è questa: storia in crisi, eclisse della storia o storia metabolizzata? In fondo, potrebb’essere una sfida per i cultori seri della ricostruzione del passato: e se provassimo ad accettarla, a buttarci nell’agone e nell’intento di “filologizzare la fantasia”? Impariamo a divertirci studiando, in modo da riuscir a studiar divertendoci. Magari per scoprire che la storia vera è ancora più avvincente di quella pasticciata. Bisognerebbe solo riuscire a dimostrarlo.

La critica Alessandra Comazzi si chiede, su La Stampa, che tv sarà dopo il trionfo generalista dei Medici e l’arrivo su Sky Atlantic di un’altra attesa serie internazionale, The Young Pope di Paolo Sorrentino, con Jude Law:

No, il flashback, no: il protagonista muore, l’azione si sposta indietro e comincia il racconto. Non lo troveremo di sicuro in «The Young Pope» di Paolo Sorrentino, che debutta domani Su Sky Atlantic. Mentre è una specialità degli sceneggiati firmati Lux Vide, la casa di produzione fondata da Ettore Bernabei, cui «I Medici», al debutto l’altra sera su Raiuno, era dedicato. Chi pensava, però, che di flashback e musica roboante in sottofondo, di interpreti algidi e di asettico doppiaggio il pubblico ne avesse abbastanza, si sbagliava. La prima puntata del classico sceneggiato, italo-inglese, è stata seguita da una quantità di spettatori d’altri tempi, otto milioni, per uno share, la percentuale di ascolto, che ha spesso superato il trenta per cento. Sempre solo tradizione? C’è dell’altro. Una promozione martellante; divi internazionali: Dustin Hoffman-Giovanni de ‘Medici, Richard Madden-Cosimo reduce dal «Trono di spade», e poi i nostrani, gli onnipresenti Guido Caprino e Miriam Leone, Alessandro Preziosi-Brunelleschi, Sarah Feldebaum, Valentina Cervi; un grande impianto corale, scene e costumi, la beautiful Toscana; la promozione martellante, la creazione dell’evento; due uomini nudi a letto, uno dei quali è Donatello. La narrazione, che questa volta non prevede un flashback solo, ma va avanti e indietro di continuo; la storia, che ha tra le sue protagoniste assolute la finanza, e il mondo del lavoro. Dice Cosimo: «Il denaro andrebbe usato per permettere a tutti gli uomini di godere dei benefici del proprio lavoro», che modernità. E poi c’è la Chiesa: una delle scene migliori è quella del conclave che eleggerà Baldassarre Cossa, poi considerato «antipapa», con le porpore e le papaline color del sangue e l’avanzare dei cardinali.  Quanto può essere coreografica la Chiesa. E quanto, parlando intorno a lei, si può essere innovativi, rivoluzionari: pure in tv. Mentre i Medici prosperano nel loro successo generalista, arriverà su Sky Atlantic una serie assai potente, «The Young Pope», di Paolo Sorrentino, con Jude Law-giovane papa Belardo. Che fuma. Non si capisce bene se sarà un papa rivoluzionario, conservatore, matto, santo. Pare che il lavoro, coproduzione Sky, HBO e Canal+, sia costato 40 milioni di euro. Le dieci puntate permetteranno al regista, che è anche sceneggiatore, di sviluppare meglio il carattere dei personaggi, sostenuto da attori di prim’ordine, come lo stesso Law, suor Diane Keaton, Silvio Orlando nel ruolo di Voiello, segretario di Stato e tifoso sfegatato del Napoli: parla pure inglese.

Su il Giornale l’editorialista Vittorio Macioce scrive che sono tutti pazzi per i Medici in tv perché l’Italia è ferma al ‘400:

L’Italia del ‘400 forse ci assomiglia, soprattutto se la guardi da Firenze, viscerale repubblica che puzza di oligarchia, dove il futuro è ancora difficile da decifrare e il potere è affare di famiglie, di corporazioni, di equilibri sempre più fragili tra vecchi e nuovi poteri. Questa Firenze sembra già l’autobiografia di un popolo. Maledetti fiorentini. Maledetti toscani, da sempre in fondo più italiani degli altri italiani. Arcitaliani, appunto. Otto milioni di italiani si fermano su Raiuno per immergersi nella prima puntata della saga dei Medici. Sette milioni e passa per la seconda, in un martedì di chiacchiere politiche e di Champions League, con la vecchia signora bianconera che beffa il Lione giocando in dieci e con un Buffon rinascimentale. Il risultato è che la serie tv che comincia con un Dustin Hoffman nei panni di Giovanni de’ Medici, capostipite della dinastia, tradito da un chicco d’uva all’arsenico sfiora il 30 per cento di share. Qualcosa che di questi tempi in Rai sa di mezzo miracolo. Il merito non è solo dell’arsenico. Non è un capolavoro. Non vale Il trono di spade e forse neppure I Borgia. Non basta Dustin Hoffman. Ma è certo che qui si parla di un successo. Il motivo? Forse perché in questa vecchia storia in qualche modo ti ci specchi. Firenze mostra sul ventre più di un secolo di cicatrici, di guerre civili, prima di guelfi e ghibellini, poi di guelfi bianchi e guelfi neri, di esili e di non ritorni, di quanto sa di sale lo pane altrui, di faide di potere per il potere consumate all’ombra e con la scusa delle «ideologie». Stai con il Papa o con l’impero? E se stai con il Papa che papista sei? Se il Trecento odora un po’ di Novecento, il Quattrocento è quello che viene dopo. Firenze è stanca di guerre. Firenze scruta l’orizzonte con la speranza di incrociare un futuro. Firenze è ancora vecchia rendita e nuovi capitali. È il potere della terra e della spada che resiste all’ascesa dei soldi e del commercio. Non sono mica tanto compatibili. Firenze è troppa gente senza speranza e senza lavoro. È paura. È peste nera. È quel senso di insicurezza per cui ogni uomo è lupo all’altro uomo. È la voglia di trovare una via d’uscita dalle promesse non mantenute dal cielo e le miserie della terra. È la spinta di una nuova schiatta di devianti che viaggia in ordine sparso, ognuno in fondo perso dentro i sogni suoi, che scardina lo spirito del tempo e butta giù a calci e a colpi di genio tutti i muri. Troveranno la bellezza. E in questo i Medici avranno un ruolo centrale, sporcandosi le mani. È una Firenze dove chi ci sa fare trova la sua grande occasione. E siccome è una Firenze epica e da serie tv, ogni quarto d’ora ti evocano una sorta di «sogno americano» a ritroso nel tempo. Giovanni de’ Medici, quello con la faccia di Dustin Hoffman, è figlio di un mercante di lana. Si inventa un nuovo modo di fare il banchiere e il banco Medici si afferma in tutta Europa come marchio di garanzia. Non è uno che ama ostentare, ma si batte per un sistema di tasse meno austero. E questo lo mette in contrasto con le famiglie aristocratiche degli Albizzi e degli Strozzi. Con cautela. Sarà il figlio Cosimo, il nonno di Lorenzo il Magnifico, a cambiare il verso del potere. Cosimo è un sognatore che invecchiando si fa spietato. Ed è con lui che la fiction si fa politica e un po’ ruffiana, con un sottotesto che sembra parlare all’Italia del 2016. Volete la bellezza? Volete le sculture di Donatello e la cupola di Brunelleschi? Volete il futuro e il Rinascimento? Bene, tutto questo ha un prezzo. Il ritornello delle prime due puntate suona così: «Per raggiungere il bene qualche volta bisogna fare del male». Tipo pagare tangenti per far eleggere il Papa, che poi sarebbe un anti-Papa (a quel tempo c’era una certa inflazione di pontefici), favorevole al banco dei Medici. Assassin’s Creed. Tipo giocare a seppellire quella carcassa di burocrazia e prendersi Firenze. Machiavelli sta per arrivare, ma il machiavellismo è già lì: il fine giustifica i mezzi.

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