Fiction&Serie

Contro la mafia entra in azione su Rai1 la Catturandi di Palermo

Anita Caprioli, Alessio Boni, Massimo Ghini e Leo Gullotta sono i protagonisti della nuova serie di Rai1 in sei puntate, per la regia di Fabrizio Costa, Catturandi – Nel nome del padre, al via da lunedì 12 e martedì 13 settembre in prima serata.

Anita Caprioli è Palma Toscano, una giovane donna a capo della Catturandi, una sezione della Squadra mobile di Palermo, che esiste realmente e ha catturato tra gli altri Provenzano e Brusca. “E’ un personaggio un po’ disordinato, nel senso che non è un’eroina perfetta, una super poliziotta – racconta Anita Caprioli in un’intervista a QN Quotidiano Nazionale -. Abbiamo cercato di farne una figura il più possibile vicina alla realtà, anche con caratteristiche e limiti simili a tanti. Ha una vita sentimentale abbastanza disastrosa e un’emotività talvolta eccessiva, che la fa non essere adeguata alle situazioni, nonostante il suo grandissimo intuito”.

La serie, una coproduzione Rai Fiction – Rodeo Drive Media, segue le vicende della Catturandi impegnata nella caccia all’ultimo capo della più potente organizzazione criminale del mondo, Natale Sciacca, interpretato da Vincenzo Amato. Massimo Ghini è il vicequestore Valerio Vento, Leo Gullotta è l’avvocato Ruggero Mazzamuto, un perfetto rappresentante del mondo di mezzo palermitano, mentre Alessio Boni è un banchiere milanese, Tito Vergani, con molti segreti. “Gli sceneggiatori si sono ispirati a un libro, che si intitola Catturandi, scritto in forma anonima da un membro di questa squadra, con esperienza di anni in questa sezione – aggiunge Anita Caprioli nell’intervista a QN -. Si prende quindi spunto dalla realtà, per poi romanzarla, creando personaggi ognuno con i suoi problemi e sentimenti. Non c’è solo il contesto mafioso”.

Alessio Boni in un’intervista a Il Mattino omaggia i poliziotti veri della Catturandi: “Li ho incontrati. Hanno sguardi che non dimentichi, assenti nelle persone normali. Hanno profondità, rettitudine, senso dello Stato. O forse solo sete di giustizia. Altro che sacerdoti! Per cercare di contrastare i soprusi del crimine organizzato sacrificano la vita. E senza sconti. Non c’è famiglia, non ci sono figlia, Natale, Capodanno o Ferragosto. Anonimi, sono delle ombre. E quando il cellulare squilla corrono. Per acciuffare i delinquenti, i peggiori, i boss. Costruendo prove che li mettano dentro non per due mesi, ma per il resto dei loro giorni. Per trovarle usano mezzi sofisticati, computer, microchip, laser a infrarossi e altre diavolerie della tecnologia più recedente. Sono eroi in ombra e, perciò, più eroi degli altri. Anche perché tutto fanno per una paga che fa ridere. Anzi, piangere”.

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