Rassegna stampa

Rassegna stampa: il coraggio e la forza di Felicia Impastato

Lunetta Savino nei panni di Felicia Impastato
Lunetta Savino nei panni di Felicia Impastato
6 milioni 871 mila telespettatori, pari al 26.98% di share, hanno seguito martedì 10 maggio su Rai1 il film per la tv Felicia Impastato, con Lunetta Savino nel ruolo della coraggiosa madre di Peppino Impastato, per la regia di Gianfranco Albano. “Il successo del film ci rende orgogliosi” ha dichiarato in una nota il direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto. “Grazie al lavoro accurato e tenace di tutti coloro che lo hanno realizzato – ha aggiunto Campo Dall’Orto – siamo riusciti a portare questa vicenda piena di coraggio e impegno civile a milioni persone: è il modo migliore per onorare la memoria di chi ha dedicato la propria vita a combattere per la difesa della legalità e alla ricerca della verità”. Per la direttrice di Rai Fiction, Eleonora Andreatta, il film ha dato voce e speranza a chi lotta contro la mafia: “Anche una persona qualsiasi può lottare contro tutto e alla fine riuscire ad affermare i valori di dignità e giustizia, contro la mafia e la sopraffazione. È un film che senza retorica, in modo rigoroso e potente, riesce a trasmettere lo spirito di quegli anni, il coraggio di chi ha lottato e lotta contro la mafia, dalla società civile, come Peppino Impastato, alla magistratura, da Chinnici, a Caponnetto, a Franca Imbergamo, che è riuscita a portare i giudizio e far condannare, a distanza di anni, gli assassini di Peppino Impastato”.
La fiction Rai, votata all’impegno civile, ha “sfidato” martedì sera il “dark side” (il lato oscuro) di Gomorra 2 – La serie: il bene contro il male, la lotta alla mafia contro l’impero del crimine, scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera:

Martedì sera, Rai1 ha contrapposto alla saga criminale di Sky l’edificante storia di «Felicia Impastato», la madre di Peppino, il giornalista antimafia ucciso nel 1978. Il film è diretto da Gianfranco Albano, è stato scritto da Diego De Silva e Monica Zappelli, con la consulenza di Giovanni Impastato, prodotto da Matteo Levi e vede come protagonista principale l’attrice Lunetta Savino. La Zappelli aveva già collaborato alla sceneggiatura del film I cento passi (2000) di Marco Tullio Giordana che, è bene dirlo subito, aveva altra caratura e struttura drammaturgica. Certo, è impossibile non cedere alla pressione emotiva della storia, alla drammaticità del racconto, ai depistaggi di alcuni organi dello Stato nel corso delle prime indagini, alla risolutezza di Felicia (interpretata con molta intensità dalla Savino), vera «madre coraggio» decisa a non fermarsi davanti allo straziante dolore della perdita del figlio ma determinata a far trionfare la giustizia. Il film, costruito sull’alveo del vecchio «cinema civile», preferisce una strada didascalica, molto parlata, cedendo a un impianto narrativo dove tutto accade secondo ragione e necessità. Dopo Impastato (il cui padre era una figura minore di una cosca, ma anche cognato di un importante boss, Cesare Manzella), le vittime illustri della mafia si chiamano Gaetano Costa, Rocco Chinnici, il giornalista Mario Francese. E si deve ad Antonino Caponnetto la strategia investigativa(archiviare il caso per permetterne poi la riapertura nel momento giusto) che ha permesso poi a Franca Imbergamo (Barbara Tabiata) di portare a termine il processo. Felicia Impastato è scomparsa nel 2004 e la sua abitazione, a Cinisi, è diventata la «Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato».
Con Felicia Impastato e Gomorra ha vinto comunque la fiction-verità, scrive la giornalista Concita De Gregorio su Repubblica:
QUI non si parla di ascolti, di competizione fra emittenti televisive, di chi sia più bravo a fare il suo mestiere di “professionista della tv”. Sebbene si parli di una serata nella quale, in tv, andavano in onda l’esordio della nuova stagione di Gomorra e il film su Felicia Impastato, entrambi molto attesi, qui non si parla di chi abbia vinto la battaglia dell’audience — argomento interessante soprattutto per gli inserzionisti pubblicitari che devono vendere i loro prodotti laddove ci sono più occhi che guardano. Vorrei dire interessante solo per gli inserzionisti, ma poiché dal denaro discendono moltissime decisioni, quasi tutte, il verdetto degli ascolti finisce per essere il giudice di cosa vale (la pena) e cosa no. Per cui il committente — l’editore, l’emittente tv — quasi sempre chiede che si “faccia un prodotto” che “offra al cliente quello che vuole”. Al pubblico cliente. Un prodotto che somigli ad un altro che ha già avuto successo. Per chi non debba vendere nulla, la maggior parte dei telespettatori, il tema degli ascolti non ha nessuna importanza: quel che conta, per chi guarda, è che ciò che vede lo interessi, lo appassioni, lo ri-guardi. É la tv che guarda te, diceva un vecchio libro. Ci si guarda a vicenda. Allora, oggi che la storia di Felicia Impastato — madre di Peppino, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 come Aldo Moro — ha tenuto davanti alla televisione quasi 7 milioni di persone si può forse approfittare della felice coincidenza fra ascolti molto alti e storia molto bella per fermarsi un momento e osservare cosa succede. Forse si può rovesciare la formula consueta. Forse non è necessario inseguire la domanda per avere successo: esiste la possibilità di suscitare la domanda. Non dare al pubblico quello che vuole ma dargli quello che ancora non sa di volere. Magari, quando vede che c’è, poi lo vuole. Bisogna rischiare un po’. Avere coraggio. Provare. Investire nelle idee e pazienza se non sempre è “un successo di pubblico”. A volte lo è. Imprevedibilmente, si dice dopo: a sorpresa. Ma sorpresa per chi? E da cosa dipende? La storia di Felicia Impastato (quella di suo figlio Peppino era stata magistralmente raccontata 16 anni fa ne “I cento passi” da Marco Tullio Giordana) vede qui protagonista una donna anziana che difende la memoria del figlio da accuse ingiuste, da false verità istituzionali e depistaggi, dall’omertà e la vischiosità di un sistema sordo quando non complice. È — tolta da Cinisi, Sicilia, tolta dalla tragedia dell’omicidio — la storia quotidiana dei mille soprusi che ciascuno deve subire ogni giorno nella sua vita. La vittoria di una donna sola contro tutti. Quella che tanto spesso si perde, e che diventa epica quando qualcuno la vince. Ti ri-conosci. Però in tv, come al cinema, non sono questi gli ingredienti che un produttore approverebbe, in bianco, prima di iniziare: non servono una donna anziana ma una giovane bellissima, non il principio di giustizia ma quello di opportunità. In Gomorra per esempio, leggiamo da giorni e di nuovo vediamo adesso, non c’è il bene in lotta contro il male, per dirla facile, ma solo la grande epica del male. Tutto è corrotto, tutto diversamente nero. Tutti sono rapidi, spietati, pronti a piegarsi a quel che conviene. Anche questo, nella realtà, è spesso vero. I moderni eroi sono coloro che sopravvivono. Non reduci da una sconfitta, ma campioni della battaglia. Hunger games. Perciò i nuovi format tv — dove fin dalla parola la forma prevale sul contenuto — sono un profluvio di crimini e suburre, storie che somigliano ogni volta di più alla finzione precedente nella speranza di replicarla, superarla. Come quando un editore chiede ad un autore un libro che somigli a Cinquanta sfumature, o un noir stile Camilleri. Pazienza per il libro che non somiglia a nessun altro e che magari si pubblica in Francia, in Svezia: lo compreremo dopo, se funziona. Compreremo il format della serie tv. Il successo di Felicia Impastato interpretata con bravura da Lunetta Savino mostra tuttavia che quando al pubblico si propone qualcosa che non sapeva, qualcosa di profondamente autentico — ecco, anche questo “funziona”. Ogni tanto succede, in tv. Storie come quelle di Franco Basaglia, di Maria Montessori, delle sindache del Sud abbandonate dalla politica dei partiti e dallo Stato (non bisogna andare tanto lontano, succede tutto attorno, nelle cronache ogni giorno) “funzionano”. Forti di questo risultato si potrebbe avere ancora un po’ più di coraggio. E per esempio raccontarle tutte, le storie, semplificarle meno. Le luci e le ombre, la complessità. Nel caso di Felicia Impastato, per esempio: nessuno tra i telespettatori si sarebbe offeso se della tenacia di Rocco Chinnici, magistrato ucciso cinque anni dopo, del lavoro del pool antimafia da lui ideato e del sistema della giustizia com’è stata in quei vent’anni si fosse detto qualcosa di più preciso. Le opacità, i doppi fondi. La retorica è sempre un nemico, quando si racconta. Non c’è luce senza ombra né coraggio senza paura, gli eroi lo sanno. Tra Felicia Impastato e Gomorra esistono migliaia di tonalità di grigio e migliaia di storie da scrivere, da raccontare. Sette milioni di ascoltatori da una parte, su RaiUno — tv pubblica — un milione dall’altra, sulla pay Sky Atlantic, il miglior debutto di sempre. Molti brindisi negli uffici e bravi tutti: magari qualcuno si sarà detto che, hai visto, la tv può anche raccontare qualcosa di autentico — non un reality, no. Qualcosa di vero. Persino di più, persino meglio. Non servono architetti e ingegneri per costruire Brasilia: quelli dopo. Prima serve Niemeyer, qualcuno che veda una città e i suoi abitanti quando ancora non ci sono.
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