Sanremo 2016

Sanremo 2016, il primo ascolto delle canzoni dei 20 Big in gara

Sanremo 2016 in onda su Rai1 dal 9 al 13 febbraio
Sanremo 2016 in onda su Rai1 dal 9 al 13 febbraio
Alla sede Rai di Corso Sempione a Milano sono stati presentati in anteprima, alla stampa specializzata, i brani dei 20 Big in gara all’edizione numero 66 del Festival di Sanremo. IlTelevisionario vi propone l’analisi di due noti critici musicali, Marinella Venegoni, storica firma de La Stampa, e Paolo Giordano, giornalista de Il Giornale.
Per Marinella Venegoni la nuova canzone italiana che uscirà dal Sanremone 2016 non sconvolgerà il nostro costume nazionale, ma la media è più accurata di quanto il nudo elenco dei venti concorrenti lasciasse prevedere. Infatti su La Stampa scrive:
Si canta molto del meteo, come sempre capita quando non si sa cosa dirsi fra sconosciuti. Ci sono uragani di amori disperati, si filosofeggia e spesso a vanvera, si balla poco e si sorriderebbe pochissimo se non fosse per Elio e le Storie Tese, veri tiramisù con i loro calembour e gli accostamenti di epoche e musiche in Vincere l’odio (l’opposto di Perdere l’amore), che ha sette ritornelli. Conti ha fatto bene i suoi conti, senza rinunciare alle proprie debolezze. I SENATORI La Divina Patty Pravo festeggia 50 anni di carriera mettendo il tailleur alle corde vocali in Cieli Immensi, ballad governata con cautela e devozione. Gli Stadiocommuoveranno con Gaetano Curreri che interpreta un padre accorato che parla alla figlia adolescente in Un giorno mi dirai. Enrico Ruggeri rocckeggia in una buona power-ballad che si spinge nel prog e riassume il senso della sua esperienza artistica (Il primo amore non si scorda mai). I BATTITORI LIBERI Neffa ci dondola, con ritmo intrinseco e svagato, in una marcetta in levare sull’ineluttabilità della vita, titolo Sogni e nostalgia. Semplicemente dei Bluvertigo di Morgan è una deliziosa operina che parte con violini e poi viaggia in synth e sax, raccontando gesti e gesta quotidiane. A Valerio Scanu piace l’acqua: niente laghi, ma di Fabrizio Moro ecco Finalmente piove, che affoga un po’ nella retorica sanremese classica.  NEAPOLITAN POWER  Piccoli napoletani crescono, e promettono bene. Clementino fra spoken words, canto e synth in Quando sono lontano racconta storie alla Via Gluck. Rocco Hunt esplode in un omaggio a Pino Daniele, fra dance vitalità e protesta urlaWake Up. SIGNORINE GRANDI FIRME La vincitrice del 2014 Arisa conosce l’arte di non esagerare, la sua voce svetta in una ballata un po’ misteriosa, Guardando il cielo, fra ricordi della nonna e l’ansia di fuga dalla città. Noemi ha trovato in Masini l’autore della sfiziosa La borsa di una donna («…pesa come se ci fosse la sua vita dentro»), adatta alla sua voce.  Cambia registro Annalisa, cantautrice intimista con parolaccia («Prendo la metropolitana/L’unica che sorride è una puttana») in Il diluvio universale. La voce di Dolcenera ruggisce e poi s’immerge con il suo pianoforte in un mare di effetti sonori (perfino gospel, c’è) in una consolatoria Ora o mai più. Francesca Michielin filosofeggia in Nessun grado di separazione, testo lodevole ma il tutto è poco comunicativo. AMORE DISPERATO Lorenzo Fragola guida la pattuglia declinando il dolore in sapienti variazioni vocali nella tristissima Infinite volte. Sono in crisi anche i Dear Jack in Mezzo respiro, ballad antica e sempreverde. Giovanni Caccamo e Deborah Iurato sono come yin e yang: lui è elegantissimo, lei un po’ su di giri in Via da qui di Giuliano Sangiorgi, e in fondo non si convincono mai a vicenda. NEL SOCIALE Solo Irene Fornaciari ha l’ardire del presente nell’accorata ballad Blu: «Una donna in mezzo al mare vestita di blu/La prende in braccio un pescatore bello come Gesù». DOLCEMENTE BALLARE  Si balla poco, e incoraggiati dagli Zero Assoluto: Di me e di te è uno svagato ritmo pop con un testo elaborato. Alessio Bernabei rifà più o meno il Nek dell’anno scorso, con vasta apertura sul ritmo da discoteca in Noi siamo infinito(ma d’infinito c’è ben poco, sia chiaro).
Paolo Giordano su Il Giornale scrive che, al primo ascolto, il livello medio delle canzoni in gara quest’anno sembra sia cresciuto:
Carlo Conti e la sua squadra hanno selezionato venti canzoni per un Festival di Sanremo molto pop, complessivamente votato alle esecuzioni orchestrali, senza particolari squilli testuali ma con tre derapate distinte. La prima è quella rock vecchio stile, che poi è la più sincera. Sia gli Stadio con Un giorno mi dirai (applausi della stampa durante gli ascolti) che il veemente Enrico Ruggeri di Il primo amore non si scorda mai (tre cambi di tempo, finale impetuoso) dimostrano di saper scrivere canzoni destinate a rimanere, con testi che lasciano il segno. Come quello scritto da Gaetano Curreri pensando ai corsi e ricorsi storici dell’amore con un dialogo tra padre e figlia (un giorno «riderai di me»). O con strutture musicali riconoscibili perché uniche (Ruggeri è al suo meglio). Poi c’è la vena autorale che Patty Pravo sublima in Cieli immensi (scritta da un sempre più prolifico Fortunato Zampaglione), la convincente coppia Caccamo e Iurato in Via da qui con testo di Giuliano Sangiorgi (occhio che loro due vanno forte), Dolcenera in una ballata nella quale la sua voce increspata è meglio che mai (e in Ora o mai più c’è uno stacco di gospel bianco da applausi) e Rocco Hunt con Wake up, in sostanza una sorta di pop napoletano stile Tullio de Piscopo e Tony Esposito in versione rap, trascinante e arguto nei testi: «Tutti dietro la tastiera e mo’ chi a fà a rivoluzione?»). Piccola parentesi per Valerio Scanu: Finalmente piove scritta da Fabrizio Moro è il modo migliore per zittire chi lo critica: testo e interpretazioni convincenti. Infine c’è l’onda lunga dell’edm, l’electronic dance music portata l’anno scorso da Nek: e l’Alessio Bernabei di Noi siamo infinito farà ballare l’Ariston convincendo di primo acchito forse più dei Dear Jack (comunque in gara con un brano più convincente di quello dello scorso anno).E se Neffa è Neffa, quindi un peso massimo della canzone con una Sogni e nostalgia molto vintage e assai convincente, Lorenzo Fragola rimane ancora una volta tra color che son sospesi con Infinite volte (manca una personalità compositiva ben definita), Noemi convince tutti (La borsa di una donna strappa applausi per una interpretazione maestosa), Irene Fornaciari canta di «un bambino sulla spiaggia lasciato dal blu» che fa venire in mente la tragedia di Aylan e rende giustizia al talento di questa figlia d’arte spesso troppo sottovalutata. Infine c’è Annalisa de Il diluvio Universale, pezzo complesso sulla solitudine d’amore, innervato da una parolaccia, puttana, che però non è una sorpresa all’Ariston: già nel 1981 Luca Barbarossa la usò in Roma spogliata. Francesca Michielin, poi, è sempre alla ricerca di superare il limite e in Nessun grado di separazione (cofirmata tra gli altri dal bravo Cheope, figlio di Mogol) si impegna a spiegare perché «non c’è nessuna divisione tra noi». Infine, in questo sessantaseiesimo Festival che conferma una stabilità solida nelle canzoni, ci sono i cosiddetti «fuori dal coro», difficilmente inquadrabili. Come i Bluvertigo. In Semplicemente (firmato solo da Morgan) confermano il loro Dna con una struttura musicale farcita di elettronica anni ’80 e intarsi complicati al limite del manierismo: li compensa un testo quasi neoralista che con istantanee di vita quotidiana: «Poi mettere i libri sullo scaffale e i dischi nel mobile bianco/È semplicemente anche un fatto da niente, attraversato dalla corrente nello spazio e nel tempo». Poi c’è Arisa, una che sa cantare come pochissime altre (ha preso applausi durante l’ascolto) e stavolta in Guardando il cielo si appoggia a un testo del bravissimo Giuseppe Anastasi, sempre ispirato. Alla fine, chi sta davvero fuori dal coro per ragione sociale sono gli Elio e Le Storie Tese, che un’altra volta danno un senso alla parola geniale: in Vincere l’odio ci sono sette cambi di tempo, si passa dal «Femminiello che vivi a Napoli» a cori stile stadio San Paolo per chiudere con una strofa quasi scolastica eppure irresistibile: «E il messaggio che noi qui vogliam comunicare con questi ritornelli è: vincere l’odio». Tutto bello, tutti bravissimi, anche Elio che sul «Vincere» passa dall’imitazione di Massimo Ranieri in Perdere l’amore a un accenno pseudo pavarottiano del Vincerò. Comunque vada, hanno già vinto il loro personalissimo premio (e non è detto che non vincano proprio il Festival, sarebbe la prima volta). Manca Clementino, con il suo rap venato di napoletano che però rimane fermo ai suoi stilemi tipici e gli Zero Assoluto con Di me e di te, un up tempo sull’«amore che fa a pugni senza guanti».
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