Rassegna stampa

Il nuovo dg Rai Campo Dall’Orto: “Cosa porterò? Discontinuità”

Campo Dall'Orto intervista a Il Foglio
L’intervista del nuovo dg Rai Antonio Campo Dall’Orto al quotidiano Il Foglio

Il neo direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto, nominato un mese fa, ha rilasciato la sua prima intervista al direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, in cui ha messo a fuoco quelli che saranno i punti centrali del suo mandato aziendale:

Avete presente Arrigo Sacchi? Quando era al Milan, diceva non solo che una squadra che funziona è quella che mette insieme talento e organizzazione, ma diceva che senza organizzazione il talento rischiava di non essere determinante. Puoi essere bravo quanto vuoi ma se non hai una visione complessiva e una missione chiara sarà molto più difficile raggiungere risultati importanti. Ecco. Vorrei partire da qui: dallo schema di gioco, dalla missione: dei nomi, dei talenti, che pure saranno decisivi, ci occuperemo più avanti. C’è una questione legata prima di tutto al metodo senza il quale non si può capire come dovrà essere formato l’undici titolare scelto dall’allenatore. Mi spiego meglio. Quando parlo di ‘discontinuità’ per la Rai, parlo di un concetto semplice che riguarda in modo profondo questa azienda. L’impressione è che la Rai, e questo accade ormai da ormai molti anni, sia costantemente rimasta due passi indietro rispetto alla velocità della società. La prima missione del direttore generale non può che essere questa e per non essere troppo astratto le faccio un esempio concreto. Vede quello schermo? Bene. La Rai, oggi, tende a identificare la sua missione solamente con quello schermo. Tende a ragionare cioè credendo che tutto quello che viene fatto quotidianamente in questa azienda ha come unica finalità quella di andare in onda su quello schermo. Per dirlo in termini tecnici: dobbiamo trasformare la Rai da broadcast a media company. Dobbiamo portare avanti un grande progetto di digitalizzazione culturale dell’azienda Rai per permetterle di diventare un riferimento rispetto ai comportamenti e ai linguaggi contemporanei. Provo a spiegarmi ancora meglio. Io vorrei rovesciare il ragionamento, focalizzando ancor di più l’attenzione al ruolo di editore pubblico che genera contenuto rilevante per poi valutare al meglio tutte le opportunità distributive che ormai non possono essere più rappresentate solo e soltanto dall’apparecchio televisivo. Negli Stati Uniti, per dire, si ragiona pensando prima alla qualità del prodotto che si vuole e poi alla distribuzione. Le faccio un altro esempio. In tutto il mondo si è capito che il linguaggio scritto della fiction televisiva è stato uno dei grandi elementi di vitalità creativa che ha consentito agli editori tv di mantenere il proprio ruolo e all’industria dei contenuti di affascinare il proprio pubblico con un racconto via via più complesso. In Italia spesso si è scelto un metodo diverso, sia sui contenuti sia sulla distribuzione. Il tuo lavoro non può finire quando hai finito il prodotto ma diciamo che quando hai finito il prodotto sei solo a metà dell’opera. Per essere chiari: lei si rende conto che su 13 mila dipendenti in Rai non abbiamo una direzione che si occupi della distribuzione del prodotto digitale?

Secondo Campo Dall’Orto la priorità di una televisione come la Rai è quella di trovare e sperimentare un nuovo tipo di linguaggio capace di essere al passo con i cambiamenti della società. E lo spiega con questo concetto:

Vice News oggi, in pochi anni dalla sua fondazione, vale due miliardi e mezzo di dollari. Periscope, di Twitter, a cinque mesi dal suo lancio, ha dieci milioni di utenti registrati in giro per il mondo. Netflix, considerando anche gli utenti non solo americani, ha superato i 65 milioni di abbonati. Buzzfeed ogni mese porta sulle sue pagine circa 108 milioni di utenti unici solo in America e circa 202 milioni a livello globale – e nel 2014 ha ricevuto più clic da link postati sui social network che dai tradizionali motori di ricerca. E mentre nel mondo succede tutto questo, e mentre nel mondo Google – ripeto: Google – si preoccupa dal fatto che ormai le persone che ricercano informazioni sul Web lo fanno sempre di più dai social network che dai motori di ricerca, mentre nel mondo succede tutto questo, dicevo, si capisce bene come sia impensabile stare ancora qui a credere che il centro del mondo, per la televisione, sia solamente quello schermo che abbiamo qui davanti.

Il direttore generale spiega qual è il compito centrale del servizio pubblico:

il compito vero oggi è quello di accompagnare le persone in un nuovo mondo provando non a diffondere un normale e ormai stra conosciuto alfabeto ma provando semmai ad anticipare una nuova forma di alfabetizzazione. Chi ragiona con la prima chiave di lettura temo pensi che sia possibile campare soltanto sfruttando la propria rendita di posizione. Il punto è che oggi, con l’arrivo di soggetti come Netflix e il cambiamento dei comportamenti di consumo di prodotti video delle persone, non esistono più e non possono esistere rendite di posizione. E anche per questo la prima rivoluzione importante di linguaggio e di metodo che dobbiamo mettere in campo non è quella di pensare alle nomine delle reti, dei tg, ai palinsesti. Per carità: molto cambierà, ovviamente, per adeguarsi a questa sfida così ardua. Ma quello che deve cambiare prima è la mentalità di chi lavora nella nostra azienda. E non si tratta di mettere in campo una discontinuità di tipo tecnologico ma piuttosto di tipo culturale. Mi verrebbe da utilizzare una parola forse abusata ma che sintetizza bene quello a cui mi sto riferendo: pop. Essere pop, dal mio punto di vista, vuole dire essere in sintonia con la contemporaneità e vuol dire soprattutto pensare che le persone a cui la Rai deve parlare non sono solo quelle che oggi già vedono la Rai ma sono anche tutti coloro che per qualche motivo hanno deciso di non seguirci più. Spesso, l’errore di impostazione che si fa in un’azienda come questa è pensare che ci sia uno zoccolo duro di telespettatori che comunque andranno le cose ci sarà sempre – e in virtù di questo ragionamento tarare i propri messaggi non verso coloro che si vogliono conquistare ma verso coloro che non si vogliono perdere. Non dico che non sia importante non perdere pubblico ma dico che la Rai deve entrare in una nuova ottica, più inclusiva. Deve sperimentare un nuovo racconto popolare in cui non si ha paura di spiegare a chi guarda i nostri canali che i miti di un tempo non sono miti assoluti ma sono miti che vanno accostati a quelli più moderni. E un Usain Bolt, anche dal punto di vista della presa sulla nostra società, non può essere raccontato con l’idea che sia ‘il nuovo Carl Lewis’ ma va immerso nel racconto degli eroi dello sport di oggi. Ma per poter evitare questo cortocircuito, ed evitare che la Rai parli sempre alle stesse persone, è ovviamente necessario, anche qui, uno scatto di reni generazionale. Le aziende editoriali, si sa, quando comunicano raccontano in primis sé stesse, e solo attraverso il proprio filtro riescono a raccontare la realtà esterna.

Campo Dall’Orto pensa a nuova visione, organizzazione e riorganizzazione del servizio pubblico e che per un’azienda come la Rai, in cui le persone sotto i trent’anni sono 200 su 13 mila dipendenti, la parola giusta sia “riattivare” piuttosto che “rottamare”. Dunque per “riattivare” la Rai potrebbe servire tempo e potrebbe essere necessario anche sperimentare, che, non sempre, coincide con lo sfondare dal punto di vista degli ascolti:

Lo dico con sincerità e senza girarci attorno. Se questa fosse un’azienda privata tutte le nostre energie dovrebbero essere concentrate su come fare più soldi e a come trasformare ogni singolo minuto di programmazione in uno spazio potenzialmente utile per poterlo vendere a un inserzionista. La Rai non è una televisione commerciale ma è un servizio pubblico e in nome di questo principio prendere qualche rischio con gli ascolti non è un’opzione ma è parte della propria missione, quasi un dovere morale. Oggi questo concetto è in realtà ambiguo, e non del tutto definito, ma esiste un’occasione importante in cui il nuovo corso potrebbe essere certificato anche dal punto di vista formale. Nel 2016 dovrà essere rinnovata la convenzione tra la Rai e lo stato per le trasmissioni del servizio pubblico. In quell’occasione andranno anche ridefiniti gli obiettivi. E se la nuova convenzione dovesse avere al centro la necessità per la Rai di essere la fonte primaria dell’alfabetizzazione digitale e culturale del nostro paese il fine ultimo sarebbe questo e non più il solo dato degli ascolti del giorno precedente.

Per quanto riguarda le nomine, il nuovo direttore generale afferma che non c’è fretta:

non avverranno troppo in là ma ci saranno solo una volta messo a fuoco lo schema di gioco. Per il resto, per quanto riguarda l’organizzazione dei palinsesti, mi sento come quegli allenatori che arrivano a inizio stagione con una squadra già messa in piedi da qualcun altro. Da qui a fine anno il Prime Time è tutto programmato e da qui alla prossima primavera anche il Day Time è già incardinato. Diciamo che tra marzo e maggio ci sarà lo spazio per cominciare a disegnare una Rai più simile a quella che immagino. Detto questo laddove sarà possibile inizieremo a sperimentare fin da subito. Il primo esempio è il compleanno di Andrea Camilleri, figura importantissima per la cultura italiana e ancor di più per la Rai; abbiamo pensato di celebrarlo con un piccolo omaggio cambiando la punteggiatura di tutti i nostri canali nel giorno del suo compleanno, il 6 settembre.

In merito ai talk show, Campo Dall’Orto dichiara:

La parola chiave anche qui, per me, è sperimentare e provare a capire come possono essere i talk show degli strumenti utili per caratterizzare l’identità di ogni singola rete. Nella mia idea di Rai il compito del talk show non deve essere quello che esiste, giustamente, nel mondo della tv commerciale – tu mi guardi e io scambio teste con la pubblicità – ma deve essere quello di lasciare un pensiero in più a coloro che lo hanno visto: un talk show che funziona non è sempre un talk show che supera come ascolti la concorrenza, ma è sempre un talk show che lascia qualcosa in più a chi lo sta guardando, che ne mette in dubbio il punto di vista. Non credo sia utile dire quali sono i modelli di talk con i quali ho più confidenza. Credo sia più utile dire quali sono i modelli che secondo me funzionano e che mi capita spesso di vedere quando guardo la tv sia in Italia sia all’estero: poche persone che parlano, molti punti di vista differenti, molte conversazioni a due, anche solo con il conduttore. Con un unico fil rouge: quello di fare informazione per permettere a chi sta guardando non di indignarsi o di eccitarsi ma di imparare qualcosa di più. I talk, nel mio modo di vedere, devono riuscire a far confrontare idee diverse in modo comprensibile. Ed è ovvio che l’unico modo per valutare la bontà di un prodotto, almeno in un primo momento, è un criterio soggettivo più che oggettivo.

L’intervista si conclude con una domanda cruciale: in che cosa somiglia la Rai all’Italia? Il direttore generale risponde così:

Io credo che ci siano davvero molte somiglianze. Da un lato in positivo: c’è una grande passione e un grande attaccamento all’azienda. Orgoglio, mi verrebbe da dire. Allo stesso tempo, però, stando qui dentro, e dopo aver girato il mondo, hai la stessa impressione di chi, dopo essere stato per molto tempo fuori dall’Italia, torna e vede le cose in modo chiaro e capisce i treni che sono stati persi e che quello che succedeva fuori da queste mura veniva spesso ignorato. Come se ci fossero due velocità di navigazione differenti: quello che succede fuori da queste mura, e quello che succede qui dentro. Se la mia missione ha un senso, e credo ce l’abbia, posso dire che il senso è questo: ridurre le due velocità e provare a far affiancare la nave della Rai a quella della nostra società. E il nostro compito oggi è più facile di cinquant’anni fa: non si tratta tanto di educare ma si tratta soprattutto di capire quello che succede. E vedrete poi che se lo schema funziona in qualsiasi momento possono spuntare i Gullit e i Van Basten.

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