Rassegna stampa

Rassegna stampa: L’Oriana di Rai1 senza la rabbia e l’orgoglio

Rassegna stampa L'Oriana Vittoria Puccini
L’Oriana interpretata da Vittoria Puccini

Rassegna stampa dedicata a L’Oriana, la miniserie con Vittoria Puccini, trasmessa su Rai1 il 16 e il 17 febbraio. La fiction ha deluso sia il pubblico, ottenendo 4 milioni 425 mila telespettatori (15.93% di share) nella prima puntata e 3 milioni 855 mila (14.25%) nella seconda, che la critica, abbastanza dura sulla sceneggiatura e sull’interpretazione di Vittoria Puccini, un’Oriana di Rivombrosa (in riferimento al personaggio interpretato dalla Puccini nella serie sentimentale che la lanciò, Elisa di Rivombrosa) senza “la rabbia e l’orgoglio” della contrastata giornalista e scrittrice.

Alessandro Gnocchi, su Il Giornale, scrive che la Rai ha maltrattato la Fallaci con un prodotto mediocre, “un bignamino senza spigoli del personaggio di turno”:

Era migliore l’edizione condensata per le sale, e pure quella non era entusiasmante, al di là di alcuni riusciti aspetti tecnici. La stessa storia, diluita in due serate, accenta i difetti della versione cinematografica: sentimentalismo del tutto estraneo alla Fallaci, malamente interpretata da Vittoria Puccini, imprecisioni più o meno notevoli della sceneggiatura (il viaggio intorno al mondo de Il sesso inutile non nasce affatto per volontà della Fallaci, riluttante all’impresa; il capolavoro Lettera a un bambino mai nato ha una genesi diversa da quella mostrata: tutti fatti documentati nella recente biografia Oriana. Una donna di Cristina De Stefano edita da Rizzoli); la sensazione di assistere alla giustapposizione di episodi dei quali non si intravede il filo conduttore; e infine la consueta reticenza sull’ultima Fallaci, che non viene giudicata, hanno detto regista e sceneggiatori in conferenza stampa, qualche giorno fa a Roma. Infatti accade di peggio. La Fallaci della Trilogia viene relegata in un angolo, dopo interminabili scene d’amore con Alekos Panagulis, con solito sottinteso: quant’era meglio la giovane Oriana, libertaria e anche critica con l’America (peccato nella miniserie non si vede nemmeno quella). La fiction italiana, ramo tivù generalista, purtroppo non riesce a sollevarsi dalla mediocrità del santino, o del politicamente corretto, o di entrambe le cose. Aggiungiamo una sceneggiatura che non osa mai, per fare contenti tutti, ed ecco il prodotto medio, anzi mediocre: il bignamino senza spigoli del personaggio di turno. Peccato. La straordinaria storia di Oriana Fallaci, attualissima proprio in questi giorni terribili, meritava ben altro trattamento. Smussarne le asperità, significa fare un torno alla personalità e all’opera di questa scrittrice prestata, per nostra fortuna, al giornalismo. Pensiamo a cosa sarebbe diventata la biografia di Oriana Fallaci nelle mani della HBO o anche della BBC. E chiediamoci se la Rai ha i mezzi per diventare lo strumento di eccellenza culturale predicato da Matteo Renzi. Così, a occhio, dopo aver visto L’Oriana non si direbbe.

Per Aldo Grasso la miniserie ha una trama fragile:

Da quando è uscita nelle sale, una delle domande con cui è stata accolta «L’Oriana», la fiction dedicata alla Fallaci, è questa: «Ma a Oriana sarebbe piaciuta?». E la risposta di chi l’ha conosciuta da vicino ha virato sempre verso il no. Non un bel viatico. Adesso la miniserie è approdata su Rai1: a interpretare la Fallaci c’è Vittoria Puccini e a Vinicio Marchioni è stato affidato il ruolo di Alekos Panagulis, il grande amore della sua vita (Rai1, lunedì e martedì, ore 21.25). Ci troviamo di fronte all’ennesimo santino di Rai Fiction? Non c’è ancora la distanza storica sufficiente per raccontare un personaggio così complesso? C’è un tempo per leggere i suoi libri (ora) e forse verrà il tempo per confezionare un biopic. «L’Oriana», prodotta da Fandango e diretta da Marco Turco, si regge su un espediente narrativo fragile: in uno dei suoi ultimi ritorni in Italia, Oriana decide di rimettere ordine tra i materiali giornalistici stratificatisi per anni nella casa di campagna. L’aiuta un’aspirante giornalista, Lisa, vogliosa di confrontarsi con un mito visto da vicino. I dialoghi con la ragazza sono un pretesto per un andirivieni tra presente e passato. Nell’oggi si cerca di rappresentare (a voce) una sorta di metodo giornalistico della Fallaci; nell’ieri si raccontano le sue imprese giornalistiche: la resistenza partigiana, la «dolce vita», il conflitto in Vietnam, l’Apollo 11, l’11 settembre, i faccia a faccia con i grandi della Terra, da Henry Kissinger a Gheddafi, fino a Khomeini. A Vittoria Puccini viene assegnata una funzione drammaturgica, quella della «giornalista eroica» che forse non è nelle sue corde espressive, sa fare altro (la battuta «Oriana di Rivombrosa» circola maligna). Insopportabile è il gioco del doppiaggio: o per convenzione tutti parlano in italiano o è ridicolo far parlare solo alcuni con accento straniero. No, questo è il momento in cui bisogna ancora leggere i libri di Oriana Fallaci.

Per il critico de La Repubblica, Antonio Dipollina, il racconto della fiction è scomposto:

Troppo, per una miniserie in due puntate. Succede sempre, in area biopic Raiuno, figuriamoci con L’Oriana, tentativo oltre l’impossibile di condensare una simile vita e dare un senso al racconto. Finisce che a cadenzare la storia sono soprattutto gli aforismi della giornalista e scrittrice, declamati da Vittoria Puccini, che fa quel che può. Mentre l’intero lavoro sembra scritto da trenta sceneggiatori diversi ognuno con un piccolo pezzetto di vita da mettere nel mosaico. Che esce fuori scomposto, pieno sì di piccole suggestioni, ma che spiazza il pubblico tradizionale senza acchiapparne di nuovo – quello che con la Fallaci non ha mai fatto i conti né intende farne. Forse è il momento di dire che la miniserie non è una forma di omaggio. Soprattutto stavolta non ci sarebbe riuscito nessuno. La scelta di andare in giro per il mondo e di volta in volta far parlare gli stranieri in italiano, in italiano con l’accento o in originale è indice di tutto quanto detto.

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