Rassegna stampa

Rassegna stampa: il “non-talent” della Carrà dal format ibrido e vecchio

Rassegna stampa Forte forte forte
Rassegna stampa del “nuovo” talent “Forte Forte Forte” con Raffaella Carrà

Rassegna stampa dedicata al “nuovo” talent di Rai1 Forte Forte Forte, che, all’esordio, non ha convinto né il pubblico né la critica. AGGIORNAMENTO 20/01/2015 Dopo il discreto risultato del debutto, la Rai è corsa ai ripari, anticipando alla seconda puntata, in onda venerdì 23 gennaio, la conclusione della fase di casting, che inizialmente doveva occupare le prime 3 puntate. Come comunicato in una nota ufficiale della Rai, “la selezione finale di 14 talenti su 100 non comporterà alcuna modifica sul numero delle puntate trasmesse né sui costi previsti. La conclusione della fase di casting sarà anticipata di una settimana per entrare subito nella fase principale dello show. […] Le modifiche produttive ed editoriali che contraddistinguono il lavoro televisivo nelle sue diverse fasi, come avviene nei cicli seriali delle trasmissioni al loro esordio, non produrranno – a differenza di quanto è stato riportato da alcuni organi di stampa – alcun effetto sui costi complessivi previsti per il programma”.

Per Aldo Grasso, il programma “vive di un insanabile paradosso, di una grave debolezza di fondo”, come scrive sul Corriere della Sera:

Che Raffaella Carrà sia un monumento della tv italiana è fuori di dubbio e come giudice di «The Voice», il talent show musicale di Rai2, era riuscita a trovare uno spazio convincente all’interno di un format che combina modernità del meccanismo e spirito nazional popolare. Perché ha voluto lasciarlo per buttarsi nell’avventura di «Forte forte forte», un nuovo talent ideato (!!!) da Sergio Japino per Rai1? È vero che dalle puntate di montaggio dedicate alla selezione dei concorrenti (i cosiddetti casting) non è facile capire che direzione prenderà il programma, ma, per quello che si è visto finora, «Forte forte forte» vive di un insanabile paradosso, di una grave debolezza di fondo (venerdì, 21.20). La «confezione» dello show (targata Ballandi) esprime valori produttivi alti, scopiazzando lo stile dei più prestigiosi format internazionali (da «X Factor» in giù). Ma questa forma patinata è applicata a un contenuto stanco, a un meccanismo poco convincente. La missione del programma è trovare un artista completo, che sappia ballare, presentare, cantare, recitare. Peccato che quasi tutti i concorrenti che si presentano (in molti cresciuti con l’icona della Carrà) farebbero molta fatica a superare le selezioni di altri talent. E poi, siamo sicuri che davvero alla tv di oggi servano ancora figure così? Non si producano più varietà come negli anni d’oro della Carrà e i nuovi talenti tv arrivano sempre più spesso dal web. Un secondo curioso paradosso è proporre al pubblico di Rai1 una giuria tutta trasgressione e spirito gaio con il ballerino Joaquín Cortés, Asia Argento, il coreografo Philipp Plein e Raffaella, ovviamente. Il titolo del programma è tratto da un successo anni 70 della Carrà, scritto da Cristiano Malgioglio. La presidente della Rai Anna Maria Tarantola vuole una Rai «rilevante, utile e affidabile». Lo show di Rai1 non è rilevante, né utile, né affidabile. Complimenti!

Per Maurizio Caverzan de Il Giornale il talent della Carrà sembra una forzatura:

C’è pure la drag queen nel gaio carrozzone attratto da Raffaella Carrà e dal suo Forte Forte Forte. Una drag queen inguainata di pelle nera e con il trucco pesante come da copione. Siamo in prima serata su Raiuno ma i tempi cambiano eccome. La Raffa nazionale è un’icona di questo bel mondo e dunque perché non sfruttarlo per far lievitare un po’ gli ascolti? Nemmeno questo però è bastato ad andare oltre il modesto 15,52 per cento (meno di quattro milioni di spettatori). Buon’ultima, anche la Tv di Stato si accoda alla moda dei talent show. Un po’ Amici, nella multidisciplinarietà. Un po’ X Factor, nella disposizione della giuria e dello studio, Forte al cubo è, in realtà, meno di questo e meno di quello. Ed è curioso che, dopo aver lasciato andare a Sky proprio X Factor e aver lanciato su Raidue The Voice, ora ci sia bisogno di questo ibrido alla ricerca della «nuova star della televisione italiana», mica bruscolini. Una showgirl o uno showman. La mission è la completezza. «Sai cantare, non basta. Sai ballare, non basta. Sai parlare, non basta». Visti i concorrenti promossi, beato chi ci crede. Il fatto è che a The Voice, in due edizioni, la Carrà non era riuscita a spuntarla, e quindi meglio farsi il talent a propria immagine e somiglianza. Così tutto ruota intorno al suo caschetto eternamente biondo, scuotendo il quale può decidere di promuovere il ragazzetto di turno a suo insindacabile giudizio. Gli altri giurati sono la cornice. Joaquim Cortes e Phlippe Plein parlano un italiano minimo e Asia Argento, in versione dark lady ripulita, stenta ad essere più di una citazione di Morgan e del talent vero. Ivan Olita, l’unico spigliato, dovrebbe essere l’Alessandro Cattelan della situazione. Dovrebbe. In regia Raffa si è portata Sergio Iapino e in produzione lo staff di Bibi Ballandi, che tiene su la baracca come può. Ma il sentore di forzatura e di artificio si avverte da lontano. Ragazzi che fanno «ooohh» quando entrano in studio con le manine giunte e la lacrima facile. Iperboli per promuovere concorrenti modesti. Difficoltà a giustificare le bocciature. Purtroppo si ha la sensazione che la Carrà abbia fortissimamente voluto lo show e, a proposito di forza, i dirigenti Rai non ne abbiano avuta abbastanza per dirle di no.

Anche La Repubblica boccia il programma, definendolo “l’ennesimo ibrido”:

Come in botanica, succede che vengano fuori bitorzoli indicibili. Qui peraltro la miscela è tra X Factor (e vabbè) e Italia’s Got Talent. Una cosa da temerari sfrontati che si risolve in una sfilata di tizi e tizie imbarazzanti quando non lo devono essere e viceversa.

Ne esce un programma scopiazzato male dai primi della classe che hanno fatto di tutto per coprire il foglio. Se metà del pubblico che ha gradito Tale e Quale Show ha girato prudentemente al largo ci sarà un motivo. Che ci vada di mezzo la Raffa nazionale dispiace in effetti anche un po’. E la domanda resta: perché?

Selvaggia Lucarelli sul quotidiano Libero demolisce Raffaella Carrà e il suo “non-talent”:

Ora abbiamo capito il titolo della trasmissione. Il nuovo talent della Carrà non è brutto forte. È brutto Forte forte forte. E non è neanche un problema di scarsa originalità, perché tanto ormai i talent si somigliano tutti. Certo, questo ha l’aggravante di somigliare a tutti i talent andati in onda dal ’68 ad oggi, dalla Corrida a Italia’s got talent, ma riesce nella rara impresa di non superare neppure quel confine tra il brutto e il trash, tanto da farlo diventare cult. Intanto, partiamo col problema principale, ovvero quello che doveva essere il punto di forza del programma ed invece è la sua debolezza: Raffaella Carrà.

Inutile fare un programma corale, se poi si costruisce una scaletta all’insegna dell’autocelebrazione. I primi dieci minuti ci mostrano una Carrà che fa il suo ingresso negli studi in minigonna, con gli stivali ad altezza coscia abbinati a un piumino. Che voglio dire, nessuno le chiede di vestirsi da Rosy Bindi che scende a dar da mangiare ai gatti, ma forse a 70 anni la stivalata da cubista è un po’ eccessiva. Poi c’è la Carrà che sale sul palco con l’accappatoio bianco stile «vado dieci minuti in spa, aspettami all’angolo tisane», e per un attimo si teme di scoprire che anche lei la tiene como todas o che entri la Cuccarini pure lei in accappatoio e al gong comincino a prendersi a mazzate, ma è solo un altro pretesto per autocelebrarsi. Poi ci sono vecchi filmati della Carrà. Poi c’è la sigla cantata dalla Carrà, che tra parentesi è di una modernità che al confronto le pettinature della Madia sono avanguardia pura.

Poi c’è la Carrà che passa il Viakal sul piatto doccia. Poi c’è la Carrà che smonta una plafoniera in salotto. A quel punto uno dice: vabbè, ma non faceva prima a chiamarlo «La Carrà è forte forte forte e voi non siete un cazzo» (cit.) e lasciare a casa gli altri? E non sarebbe stata neanche una cattiva idea, visto il resto del cast. In piena sindrome renziana, il premier Raffaella ha pensato bene di circondarsi di scialbi ministri che non facciano ombra alle sue luccicanti spalline.

A partire dalla giuria. I giudici di Forte forte forte andrebbero portati davanti ai giudici dell’Aia per genocidio di mass-media. Già sulla carta era il caso di domandarsi se un ballerino di flamenco, uno stilista tedesco e un’attrice fulminata potessero essere le premesse per un nuovo talent o per una nuova barzelletta. Poi, se Mika che è libanese cresciuto a Londra s’era presentato a X factor parlando l’italiano di Dante, Plein, Cortes e la Argento si sono presentati a Forte forte forte parlando a stento l’italiano di Flavia Vento. Philipp Plein regala perle a profusione, dimostrando notevoli dosi di empatia con i concorrenti: «Io non cerca un artista, cerca un packaging», «Io sei scioccata, tu sei un animaletto». E in effetti uno che ha avuto come fidanzate la Yespica e la Capriotti, è proprio l’uomo giusto per riconoscere la nuova Liza Minelli.

Joaquin Cortes, con un giacchetto di pelle che gli comprime a stento la pancia, dimostra di aver smesso con flamenco e iniziato col flambè. Ma soprattutto, è talmente schiacciato dalla Carrà che alla fine uno si convince che Raffaella sia la ballerina e Cortes il fidanzato di Japino.

Poi c’è il capitolo Asia Argento. Apprezzabile il fatto di aver finalmente deciso di seguire le orme del padre e con Forte forte forte di essersi data all’horror pure lei. Apprezzabile quel look tra il vintage e il lussurioso per cui uno si aspetta sempre che stia per dire «Ti andrebbe una Schweppes solo io e te?». Il problema è che dice altro. O meglio, con un’inflessione romanesca e la grazia di un capocantiere bergamasco, farfuglia illuminanti consigli su come diventare veri artisti. Lei. Che è un po’ come se Balotelli desse consigli su come diventare veri gentleman.

E poi ci sono i concorrenti. Tra cantanti che in un programma come X factor non sarebbero presi neanche per passare il mocho sul palco, ballerine che sembrano resuscitate da Non è la Rai e ci fanno rimpiangere con dolore Pamela Petrarolo, ex Carramba Boys che sono diventati drag queen, criptogay, giovani vecchi, lolite e finti simpatici, l’impressione è quella di assistere al Non-talent show più bollito della storia e che forse, il vero talent che poteva avere un senso, era quello per trovare i giudici di Forte forte forte. L’unico elemento da salvare nel programma è il conduttore Ivan Olita.

Il problema è che essendo lui un fotografo, modello, regista e attore, gli è stato dato lo spazio che ha avuto la Cucinotta in 007. Manco il tempo di un ciao. Del resto, in un programma in cui è stato detto «Tu sei un talento» a ragazzine che ballavano come volpi con la zampa nella tagliola, uno che il talento vero ce l’ha è ridondante. Scomodo. Molesto. In tutto questo, c’è una sola vincitrice: Lorella Cuccarini. Silurata per evidenti ragioni di eccessiva competenza e per il rischio che potesse oscurare la regina come aveva fatto J-Ax in The Voice, come minimo, nell’assistere a questo scempio televisivo, ieri sera deve aver festeggiato dando fuoco a una Scavolini annata 1991 in giardino.

Non per niente, durante la diretta, il programma l’ha celebrata con l’hashtag #jesuislorellacuccarini. Infine, nota dolente anche gli ascolti. Forte forte forte ha realizzato uno scarso 15% di share, vincendo comunque la serata. Ironia della sorte, il secondo programma più visto è stata la fiction Senza identità. Che forse, era il titolo giusto per questo non talent il cui unico scopo è ricordarci che la Raffa non è l’ombelico più famoso della tv, ma l’ombelico del mondo.

Per Alessandra Comazzi de La Stampa la Rai poteva fare pure a meno di questo talent:

Non ha avuto ragione Raffaella Carrà a incaponirsi con «Forte forte forte», il «primo talent di Raiuno»: e potevano pure farne a meno. Lei si è messa a disposizione, ma il programma è proprio vecchio, e anche l’idea di cercare qualcuno che sappia ballare-recitare-cantare l’abbiamo già tanto sentita. Che sia poi applicata nei fatti, questo non è detto. Invece non è vero che lei non è più in grado; o sia troppo autocompiaciuta o autoreferenziale: anzi, si vede che ci crede, che si impegna ad essere «equilibrata e leale», che il progetto le piaceva proprio, fin da quando le era venuta la folgorazione, sul lungomare con Iapino, come ha raccontato. Poi non si sa mai: magari da quel gruppone di cento speranzosi il talento verrà fuori.

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