Rassegna stampa

RASSEGNA STAMPA/ Il ritorno di Celentano più Rock che Economy

Rassegna stampa dedicata al concerto-evento di Adriano Celentano intitolato RockEconomy dall’Arena di Verona (8-9 ottobre) trasmesso in diretta su Canale5. La prima serata è stata seguita da 8 milioni 918 mila telespettatori con il 31.8% di share, saliti a 9 milioni 112 mila (32.8%) nella seconda. “Ciao ragazzi, La cosa che mi ha colpito di più dei due concerti che ho fatto all’Arena, sono io” ha scritto il molleggiato sul suo blog, commentando il successo dello spettacolo. Mediaset, in un comunicato, ha espresso la propria soddisfazione ringraziando pubblicamente Celentano: “Due serate con risultati che non hanno bisogno di commenti: oltre 9 milioni di spettatori sia la prima sera sia la seconda, con addirittura una crescita di ascolto nell’appuntamento di martedì. Si tratta di dati che confermano la straordinaria forza di Adriano Celentano  e la coerenza tra il suo stile inconfondibile e quello di Canale 5. Uno stile moderno ma ancorato ai valori e ai sentimenti di tutti gli italiani. Il concerto-evento di Celentano interpreta perfettamente lo spirito della tv Mediaset, sempre orientata a rispettare e valorizzare il talento che può essere espresso nella più assoluta libertà. Con totale affidabilità tecnico-professionale e senza vincoli legati a compatibilità di alcun genere, siano esse condizionate da equilibri politici o manageriali. Da segnalare inoltre che le due serate-evento sono state realmente gratuite per i cittadini, aspetto non scontato soprattutto in un momento come questo. Dopo questa ulteriore dimostrazione della centralità di una grande rete generalista commerciale anche nel nuovo scenario mediatico, ringraziamo ancora una volta Adriano che ha scelto di lavorare con noi e ci ha permesso di realizzare un evento memorabile e un vero servizio per il pubblico”.

Sermoni e silezi: all’aperto si perde l’effetto metafisico

(di Aldo Grasso – Corriere della Sera) Dopo «Rockpolitik» ecco «RockEconomy», lo show della crisi, la canzone nell’era Monti. Nel tempio dell’opera lirica per turisti, Adriano Celentano esordisce con l’eterna «Svalutation». E poi via al revivalismo più spinto: per dire, c’erano ancora le lucciole quando usciva «Si è spento il sole». E poi ancora Jovanotti e Fossati, ma solo con «Pregherò» (cover parrocchiale di «Stand by me») ci mette il cuore. La rivoluzione di iTunes e la pirateria non solo hanno rivoltato come un guanto l’industria discografica, ma hanno anche costretto monumenti come Celentano a scendere dal cavallo di bronzo e a misurarsi di nuovo con i concerti dal vivo, 18 anni dopo. Con lo stesso Clan di Sanremo, ormai esonerato dal festival: Gianmarco Mazzi, Lucio Presta, Gianni Morandi. Celentano ha però bisogno del pubblico generalista della tv: l’ideale, per età e nostalgia, sarebbe stato quello di Raiuno, ma dopo il diniego di Viale Mazzini è subentrata Mediaset, che pur di avere il Molleggiato sopporta persino i sermoni sulla decrescita. Niente da fare: la crescita non gli va proprio giù, sembra il meteorologo di Fazio. Però s’interrompe perché forse il gobbo non funziona e addio predicozzo. Il live porta inevitabilmente a qualche errore e sbavatura (così difficile una dedica a Gianni Bella?), che sembrano persino sceneggiati apposta, in uno spettacolo di coreografie con decine di coristi e figuranti, a richiamare quei mutismi e quelle lunghe pause (se potesse il marketing Mediaset le riempirebbe con decine di spot) che un’apertura affidata alla sola musica rischiava di trascurare. Anche questo può essere rassicurante, in qualche modo: è sempre lui. Bravo a cantare, meno a sermoneggiare. Sovrumani silenzi e profondissima quiete, al solito, ma con il pubblico vociante e urlante dell’Arena sono decisamente meno solenni e maestosi che nel chiuso di uno studio tv… E l’effetto metafisico si perde. Lo spettacolo tv, pur estremamente curato, non si stacca più di tanto dai canoni del concerto ripreso per il piccolo schermo (o per un dvd): i primi piani intensi, il palco, le riprese dall’alto sul pubblico, i vip (o presunti tali) che ascoltano il concerto, lo sguardo d’insieme sull’Arena. Se non fosse per la grande scenografia, a metà fra Hugo Cabret e Lady Gaga, lo scrittoio e altri innesti che richiamano le serate Rai, sembrerebbe quasi la finale del mai troppo rimpianto Festivalbar. Dopo lunghe pause e «Il ragazzo della via Gluck», quattro amici al bar (che volevano cambiare il mondo, secondo Gino Paoli) commentano l’economia mondiale. Ma fare una domanda a Jean-Paul Fitoussi è tanto complicato? E perché l’economista francese sembra uno di «Pomeriggio Cinque»? Mah. Era così noioso che il pubblico ha cominciato a infastidirsi. Canta, Adriano, canta!

Celentano, così lo spread diventa una star

(di Alessandra Comazzi – La Stampa) Basta con la politica, questa politica che ci atterra e ci delude, ci affanna e non ci consola mai. Lo spread è la nera star. Celentano, che la vede sempre lunga, l’ha capito e non a caso ha titolato il suo immaginifico concerto-requisitoria Rock Economy, portandovi a intervenire Jean Paul Fitoussi, l’economista francese, gran conoscitore dell’Italia, che ama ricordare come noi «continuiamo a vivere d’illusioni». Si è parlato di decrescita, della felicità che non si misura con la ricchezza, di uguaglianza, lavoro, salute e cultura. Dello sviluppo e dell’economia che sono il problema, non la soluzione. Un programma-pistolotto, talvolta, ma suggestivo: una buona televisione, di parole, immagini e canzoni, ce ne fossero. I momenti difficili, alla fine, ispirano. Correva l’anno 1933, la crisi del ’29 gettava le sue gelide folate su tutta l’Europa. E il napoletano Rodolfo De Angelis cantava Ma cos’è questa crisi?, canzonetta solo apparentemente disimpegnata. Sentite: «L’esercente poveretto non sa più che cosa far/ e contempla quel cassetto che riempiva di danar/. Si contenti a guadagnare quel che è giusto/ e non grattare, e vedrà che la crisi passerà». Quel bel buon senso che soltanto una valutazione superficiale potrebbe tacciare di qualunquismo. Il cinema di questi mesi coglie al volo il tema: «All’ultima spiaggia», di Gianluca Ansanelli, racconta di un nuovo reality tv, dove vince il più disperato, il miglior protagonista di storie che raccontano le diverse forme di precariato: lavorativo, familiare, sociale, sentimentale. «The Brussels Business», di Friedrich Moser e Matthieu Lietaert, viene definito «doku-thriller»: è un documentario che studia l’influenza delle lobby in Europa. E non è una bella influenza. «Margin Call», di J. C. Chandor, regista esordiente, con Kevin Spacey e Jeremy Irons, narra di una banca che, appoggiandosi su azioni virtuali, sta praticamente fallendo. E, sempre a proposito di banche, ecco il teatro. Bebo Storti e Fabrizio Coniglio portano giovedì 11 in prima nazionale, al Carignano di Torino, per l’apertura della stagione di Tangram Teatro, «Banche – Un ladro in casa», sottotitolo: «Come alcuni Istituti bancari nazionali hanno bruciato risparmi di una vita di pensionati, vedove e operai Fiat». Una «commedia all’italiana» costruita su testimonianze dirette e atti processuali. Si racconta di tante persone comuni, che si fidavano del loro referente in banca, convinti a investire l’intera liquidazione in Bond argentini, o i risparmi di una vita in titoli Parmalat destinati a trasformarsi in cartaccia. La «Rock economy» di Celentano chiude il cerchio. Se non altro della consapevolezza.

Celentano: l’emozione di una voce

(di Marida Caterini – maridacaterini.it) Evento Celentano su Canale 5: due serate live che hanno fatto la differenza. Due serate di pure emozioni, durante le quali differenti generazioni si sono riconosciute nelle note delle stesse canzoni, nelle parole di brani senza tempo. Adriano Celentano, sul palcoscenico dell’Arena di Verona, ha messo la musica come protagonista. Ed ha colpito il cuore e l’Auditel. Diciamo che dell’evento dal titolo RockEconomy, ci è piaciuta la parte “rock”. Molto meno quella “economy” anche se i concetti espressi dall’ex Molleggiato e dai suoi ospiti erano giusti, ma certo non nuovi. Celentano quando canta è eterno. La sua musica si potrebbe quasi paragonare ad una seduta psicanalitica di gruppo. L’effetto è tornare indietro nel tempo, rievocare attraverso parole e note,emozioni, interi spezzoni di esistenza rivissuti quasi in sequenza cinematografica, periodi particolari che riaffiorano solo grazie alla sua voce che inizia a cantare. La musica di Celentano è la madeleine proustiana che rimanda al tempo passato e fa rivivere quella parte di noi che è stata e che forse oggi non è più. Ma alla quale si guarda sempre con nostalgia. In nome di questi sentimenti e di tali sensazioni, Celentano è una sorta di patrimonio dell’umanità musicale made in Italy. E’ uno dei grandi vecchi che posseggono il segreto di saper gestire le nostre emozioni. Certo, non tutto è filato liscio nello show in onda in diretta dall’Arena di Verona. Adriano spesso ha dimenticato le parole delle canzoni, altre volte la voce lo ha tradito per poi subito tornare agli standard consueti. Ma cantare con quella potenza e con lo stesso timbro inalterato, dopo più di cinquant’anni, è un dono meraviglioso che la Natura concede a pochi. Altre volte ci sono stati, nello show, passaggi poco chiari, forse a causa della scaletta saltata, e si è notata qualche incongruenza sul palcoscenico. Ma tutto viene smorzato dalla potenza dell’evento, dalla vitalità di questo giovanotto di 74 anni compiuti, che ha resistito live per circa cinque ore in due serate all’aperto. E certo la fatica si è sentita. Ma lui, alla fine di ogni serata, si è messo persino a ballare, dimostrando che ha ancora vitalità. Molto belli i duetti con Gianni Morandi. Insieme formavano una coppia di circa 150 anni. Ma che freschezza, che vitalità nella voce, anche nel saper affrontare gli errori e qualche stecca. Due grandi vecchi della canzone, ma molto più giovani di tutti i neo cantanti usciti dai tanti talent show in giro per l’etere. Il parterre era, naturalmente, quello delle grandi occasioni, con vip schierati nelle prime fila che non aggiungevano nulla allo spettacolo. Belle anche le riprese dell’Arena dall’alto, con una visione d’insieme che amplificava la suggestione dell’evento. Adriano Celentano tornava dopo 18 anni a cantare dal vivo.  E in un’età in cui forse gli altri interpreti non hanno più le capacità vocali. Ma questa volta ha capito che doveva dare spazio alla musica e a se stesso, lasciando il predicatore a casa. Certo, qualche predicozzo pure gli è sfuggito, anzi più di uno, soprattutto nella prima sera, quando ha invitato a discettare di economia Fitoussi, emerito sconosciuto in Italia. Questi sono stati i momenti meno validi, perchè l’economista ha detto cose giuste ma risapute. Nella seconda serata, invece, Celentano, i monologhi li ha fatti da solo, ma ha toccato tematiche meno economiche e forse più nazional-popolari ed è riuscito a strappare qualche applauso. Insomma, il pubblico vuole che Adriano canti. La sua partecipazione alla passata edizione del festival di Sanremo lo ha fatto chiaramente capire. Infatti il suo intervento suscitò polemiche e fischi che si trasformavano in applausi appena l’ex Molleggiato intonava le sue canzoni eterne. Infine gli ascolti: in una tv radicalmente cambiata e piena di concorrenza, la prima serata ha conquistato il 31,73% di share con 8.782.000 spettatori.  Ottimo risultato. Ma nel 2005, la prima puntata di RockPolitik su Rai1 conquistò il 47,19% di share con 11.649.000. La differenza si nota. Altri tempi, altre cifre. La sorpresa, però, è stata la seconda serata che, contrariamente alle aspettative, ha incrementato la platea sintonizzata su Canale 5. Sono stati infatti 9.112.000 i fan dell’ex Molleggiato che hanno consegnato alla rete il 32,82% di share. Esempio di ri-crescita da non sottovalutare.

Così inizia l’era della tv trasversale

(di Maurizio Caverzan – Il Giornale) Episodio isolato o inizio di una nuova stagione? Ora la palla passa ai vertici di Me­diaset.  Intanto una cosa è certa: Rock Eco­nomy ha ridato a Canale 5 una centralità me­diatica e politica che da tempo non aveva. Prime pagine di giornali. Commenti di eco­nomisti e intellettuali. Record di ascolti. Per una volta il Molleggiato ha preso il centro della scena senza lanciare strali e anatemi contro qualcuno. Semmai suggerendo at­traverso la voce di altri la discutibile ricetta della «decrescita felice». A ben vedere già presente, ante litteram, nella mitica Il ragaz­zo della via Gluck , come si è visto anche ieri sera vero manifesto transgenerazionale. Insomma,il carisma del Molleggiato del­l’Arena ha conquistato il centro dell’arena. Non si catalizzano altrimenti 9 milioni di te­lespettatori, «nonni, genitori e nipoti», pa­rola del direttore di Canale 5 Massimo Do­nelli, registrando«il dato d’ascolto di prime­time più alto della rete dal 2009 a oggi». Se ci fosse stato più Rock e meno Ecomomy avrebbe ottenuto ascolti ancora più elevati. Vedremo cosa dirà stamattina l’Auditel in merito alla seconda e conclusiva serata. A differenza della Rai, Mediaset non ha mai costruito i palinsesti sugli eventi, ma sulla continuità dei risultati. E probabil­mente proseguirà a fare così. Ma ora Canale 5 è accesa come raramente è stata nel recen­te passato. Chissà che cosa ne penserà il suo fondatore. Un fatto è certo: il bipolarismo politico-televisivo subisce un colpo. Celen­tano ha trascorso un’intera esistenza den­tro la Rai. Festival di Sanremo, varietà, Fan­tastici e show apocalittici vari. Ma l’ultimo capitolo della sua biografia televisiva va in scena su una rete del Biscione, peraltro spesso oggetto dei suoi strali. Se non è una piccola rivoluzione copernicana, ci siamo vicini. Non basta dire che storicamente Media­set ha offerto la vetrina a artisti di sinistra, dalla squadra di Zelig alla Gialappa’s fino a Antonio Ricci.Con l’eccezione di quest’ulti­mo ormai adottato, sono tutte creature del­la casa. E non basta ricordare l’andirivieni da una sponda all’altra del sistema tv di star come Paolo Bonolis. No, Celentano un’al­tra faccenda. È il nemico storico. L’antago­nista. Anche antropologicamente, il più lon­tano dal dna Mediaset. È vero, il Biscione ha messo solo le telecamere di uno show con­cepito in autonomia. Ma tutti gli spettacoli del Molleggiato sono sempre stati pensati e realizzati in totale indipendenza (per RockPolitik il direttore di Raiuno si autoso­spese). La verità è che l’argine si è rotto e il muro del duopolio si è infranto. In un certo senso anche Flavio Briatore, berlusconiano doc, protagonista su Sky è un altro, seppur mino­re, segnale di rimescolamento delle carte. Siamo nell’èra dei tecnici. Il linguaggio co­mune è quello dell’economia. Bisogna fron­teggiare tutti insieme la crisi globale. E se, di conseguenza, il bipolarismo politico si sfari­na, logico che anche la geografia del siste­ma televisivo si modifichi. Che fare? Fermarsi qui o inaugurare dav­vero la nuova stagione della tv trasversale? In giro c’è gente del calibro di Fiorello e Cor­rado Guzzanti. Chissà cosa penserà il fonda­tore di Mediaset…

Il brand Celentano è rock

(La Teledipendente di Stefania Carini – Europa Quotidiano) Si dice che la scomparsa dei fischi a teatro sia segnale dello scarso senso critico del pubblico italiano. Un pubblico che si beve tutto, si dice. Poi invece scopri che non è così. Anche quando sul palco c’è l’idolo Adriano Celentano. Ecco il vero evento! Lunedì sera è accaduto l’incredibile: Celentano fischiato. Il pubblico, il suo pubblico, gli urlava: “Canta!”. Eh sì: dopo interminabili pause e interminabili discussioni sull’economia, pure basta. Ti abbiamo lasciato giocare col tuo ego da Messia, ma adesso vogliamo quello per cui abbiamo pagato, il Celentano cantante. Sta anche in questa scena paradossale il senso del successo di Rock Economy. Botto d’ascolti, con una media di share del 31.8% e un pubblico trasversale, tra vecchi e giovani, nord e sud. Ma chissà il gradimento, chissà se fischiavano anche da casa. Un evento, certo, soprattutto per Canale 5, come non accadeva da molto troppo tempo. Celentano trascina al successo numerico il brandrete che trasmette i suoi show, ma data la non serialità di tale rapporto alla fine vince sempre il brand-Celentano. Canale 5 ha infatti un successo momentaneo (due serate), ma difficilmente ne esce rafforzata sul lungo corso. Celentano è un evento. Occasionale. Meglio, ripetibile quando serve a far girare la sua rock economy. Tutto si gioca sulla scarsità del prodotto: 18 anni che non faceva un concerto, poche da sempre le sue apparizioni in tv. La merce gira poco, facile farne lievitare le quotazioni al di là delle qualità intrinseche. A questa scarsità però non si abbinano più solo doti spettacolari. Per creare l’evento infatti ci vuole un che di eccezionale oltre lo show, ci vuole un che di messianico. Bisogna costruirsi la figura di profeta, come ha fatto in questi anni il nostro. In questo modo, senza creare nulla di nuovo, si può fare il botto: sei un evento sensazionale (cosa mai accadrà/non accadrà?) che calamita lo sguardo al di là del piace/non piace (come certe tragedie in diretta). Ascolti assicurati, e così arriva la pubblicità. E l’editore (Rai o Mediaset) ti dà lo spazio che vuoi. Il denaro rende liberi, si sa. Oddio, detta così Celentano pare uno di quei prodotti finanziari che ci hanno portato a questa poco rock economy. Molta speculazione d’immagine, poca sostanza. Poi però l’acquirente si sveglia, rifiuta la fuffa e vuole la ciccia. Vuole il prodotto che rimane, non l’effimera costruzione messianica. Vuole le canzoni, e vorrebbe anche un vero show, non quel raffazzonatissimo baraccone pieno di errori di lunedì sera.

Celentano trionfa con il rito pop

(L’indice di Mirella Poggialini – L’Avvenire) È curioso che proprio gli appassionati di musica, quella che una volta si definiva “leggera”, si meraviglino, benché compiaciuti, del successo di Celentano nelle due serate di RockEconomy su Canale 5. Celentano in questa occasione ha avuto come sfondo la meravigliosa Arena di Verona, magica nelle inquadrature dall’alto che sarebbero piaciute a Leonardo. Uno sfondo senza tempo in un luogo in cui il cielo si levava infinito e chi era presente si sentiva in un mondo intessuto di musica e lampi, trasmettendo, anche con ingenue manifestazioni di entusiasmo, il senso di una comune letizia. Uno spettacolo “rock” molto “pop”, si potrebbe dire, una manifestazione popolare con la sollecitazione degli astanti che diventava richiesta pressante di altre canzoni. Perché la canzone, nell’ultimo secolo in cui la riproducibilità tecnica l’ha diffusa, è diventata la summa di letteratura e musica, si è dilatata a fenomeno sociale di aggregazione e acculturazione. Trasversalmente abbracciando ceti ed età diversi e differenti livelli di preparazione, la canzone ha ereditato il fascino della poesia – quella semplice delle filastrocche e delle ballate, trasformata in messaggio – e ha assimilato quella capacità di attrazione che si nutriva di letture e conoscenze tecniche elevate. Giovani e meno giovani, ancor oggi, sanno a memoria i testi delle canzoni, dalle più antiche a quelle recenti, e le intonano facendo da controcanto nei concerti – come all’Arena – in cui alla voce di Celentano, richiamo alla Hamelin del magico pifferaio, si adattavano quelle di migliaia. Temi mai nuovi, tratti da emozioni condivise da ognuno, che la musica ritma di battiti: la canzone è forte elemento di unione e diventa linguaggio senza barriere, soprattutto quando la personalità di autori e cantanti suscita affezione nostalgica che il tempo risparmia e protegge.
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