Rassegna stampa

Sospeso il programma di Vittorio Sgarbi dopo il clamoroso flop del debutto

La Rai ha annunciato la sospensione del nuovo programma di Vittorio Sgarbi dal titolo Ora ci tocca anche Vittorio Sgarbi – Or vi sbigotterà che ha debuttato ieri sera con 2 milioni di telespettatori (8.27% di share). Infatti, si legge in una nota, “La Direzione di Rai1, considerati i dati di ascolto di Ora ci tocca anche Sgarbi, ha deciso di sospendere la trasmissione. La decisione è stata comunicata al Professor Sgarbi che l’ha condivisa”.

“Non mi aspettavo questi ascolti, ma volevo fare quella trasmissione. Non sono pentito e non volevo fare altro” ha dichiarato Sgarbi in conferenza stampa. Intanto la Direzione di Raiuno ha escluso la possibilità che possano andare in onda sulla rete ammiraglia ulteriori puntate del programma. Infatti il direttore Mauro Mazza, alla richiesta del critico di avere una seconda chance, ha risposto scherzosamente: “Caro Vittorio, Rai1 ha  già dato… Grazie, basta così”. Di seguito, la rassegna stampa dedicata al debutto della trasmissione.

Sgarbi c’è. Manca solo il programma

(di Francesco BorgonovoLibero) Vittorio Sgarbi ha un enorme difetto: è un genio. Sa parlare di qualsiasi argomento rendendosi interessante, riesce a raccontare un’opera d’arte permettendo a chi lo ascolta di viverla. Ha il dono di un’intelligenza multiforme e sfaccettata, che lo rende inafferrabile e ingestibile. È anche consapevole di esserlo, un genio, e giustamente rivendica spazio, pretende dagli altri che raggiungano le sue altezze, la sua concentrazione e la sua dedizione al bello. Soprattutto, tutti i suoi pensieri ruotano intorno alla sua persona come a un sole rovente.

Per questo la prima puntata di Ci tocca anche Vittorio Sgarbi andata in onda ieri  è stata un lunghissimo flusso di coscienza incentrato interamente su Sgarbi stesso. Ricca di suggestioni, di spunti esilaranti come l’apparizione di Abramo Orlandini, l’uomo che in silenzio accompagnava i mitologici Sgarbi quotidiani. Ieri sera Orlandini si è manifestato sul palco con una capra al guinzaglio e tutto il pubblico all’unisono ha intonato il mantra sgarbiano: «Capra, capra, capra! (ad libitum)».

E poi da quanto tempo non si vedevano immagini di Federico Zeri, maestro di Sgarbi a cui Sgarbi furente augurò la morte al Maurizio Costanzo Show, maledicendolo in onda. Dopo che i vertici della Rai hanno proibito a Vittorio di affrontare il tema “Dio”, lui ne ha scelto un altro non meno difficile: il “Padre”. Dunque via con l’elenco degli uomini che l’hanno ispirato: il grande critico d’arte  Zeri, appunto (da commuoversi quando diceva: le donne più brutte sono quelle degli intellettuali); Francesco Cossiga; Pasolini; Walter Chiari e  altri. Tutte grandi idee, tutti spunti eccezionali, accompagnati da una scenografia straordinaria che raffigura La scuola di Atene di Raffaello e dalle comparsate di Morgan che fa l’unica cosa che gli riesce bene, cioè cantare.

Ma allora dove sta il difetto di essere un genio? Nel fatto che la trasmissione di Sgarbi è difficile da digerire. Dentro c’è troppo e troppo in fretta o troppo lentamente, a seconda dei momenti. Fin dall’inizio: si parte con un’anteprima in bianco e nero in cui il critico discute con gli autori o incontra gente per strada. Poi c’è una sigla – stupenda – che inanella immagini di catastrofi naturali, tsunami, terremoti, l’attacco alle Torri Gemelle. Segue un’altra sigla, quella originariamente prevista per il programma prima che la Rai facesse cambiare titolo e argomenti. Si tratta di Il mio canto libero di Battisti reinterpetato come in un’opera video di Martinez che si vedrà poco dopo.  A quel punto, Sgarbi entra accolto da un fragoroso applauso, che si protrae per lunghissimi secondi. Sono passati minuti e minuti, ma ancora non abbiamo visto nulla. L’aspettativa cresce e continuerà a crescere in attesa che succeda qualcosa.

Il problema è che poi succede tutto e quindi niente. Si parla soltanto di Sgarbi, per capire bisogna essere dei fan di Sgarbi come il sottoscritto, altrimenti non si colgono i mille riferimenti; non ci si può godere il blob di scenette sgarbiane entrate  nell’olimpo del piccolo schermo (i celeberrimi scazzi con D’Agostino,  Busi,  Cecchi Paone, la Mussolini). C’è solo Vittorio per quasi due ore: Sgarbi che si difende dalle accuse di mafia uscite in questi giorni sui quotidiani; Sgarbi che mostra articoli sulla sua Biennale e su Salemi. Perfino Sgarbi che fa la pubblicità del the freddo.

Ma il programma dove sta? Questa doveva essere la risposta a Vieni via con me di Roberto Saviano, ed effettivamente ne ribalta i valori all’interno di un format  simile, ma non ne ha la forza. Manca la liturgia e pure la voglia di educare il pubblico, che saranno anche difetti ma funzionano in tivù. Non bastano le trovate (Morgan che tiene in mano la testa mozzata di un manichino modellata con i suoi connotati) a fare ascolti. Non basta nemmeno il bel monologo di Carlo Vulpio, che salverà il salvabile anche in seguito e avrebbe potuto fare da co-conduttore.

Questa è una trasmissione su cui il centrodestra ha investito, è costata litigi e attacchi. Anche noi  l’abbiamo attesa, la sentiamo nostra. Vero: non ha beneficiato del battage giornalistico tipico  dei telemartiri. Però non c’è stato nemmeno il programma, se non nel finale, dopo che la strada tracciata dalla scaletta è stata ritrovata, con sprazzi di bellezza come la presenza del padre di Sgarbi  e, per la prima volta, di Carlo Brenner Sgarbi tutti assieme in video, con un testo di Antonio Delfini a introdurli e Gavino Ledda (l’autore di Padre padrone) a commentare l’evento.

Dunque evviva Zeri, evviva le citazioni di Leo Longanesi, evviva anche Sgarbi, per Dio. Ma se poi la gente a casa non capisce  che si fa? Si  perde un’occasione forse irripetibile. Adesso che Vittorio la diretta l’ha ottenuta, per l’amor del cielo ci regali anche uno spettacolo. Riparta dall’ultima parte della puntata, faccia qualche prova in più, e ci offra quel che abbiamo solo assaggiato. Altrimenti saremo costretti a sorbirci di nuovo Saviano, e piangeremo sul troppo Sgarbi versato.

Sgarbi in tv, tanta noia a peso d’oro

(di Carlo Tecce Il Fatto Quotidiano) Dai, che ce la fai. Vittorio Sgarbi ha bisogno di un’oretta per ambientarsi sul palco di Rai1, durante un’introduzione infinita su se stesso, prima di sferrare l’annunciato attacco al Fatto Quotidiano: “Arriverà la mia vendetta, falsari!”. Il critico d’arte era furioso per l’articolo di ieri che spiegava l’influenza a Salemi di Giuseppe Giammarinaro, un politico locale con interessi nella sanità e amicizie pericolose: Pino terremoto ordina, Sgarbi esegue e la mafia ringrazia. Storie di terre sottratte a Cosa nostra, che il puparo voleva togliere a “quelli di don Ciotti”, storie di un controllo sul Comune amministrato da Sgarbi, che racconta l’ex assessore Oliviero Toscani. Ecco, preso a celebrare il suo mito, Sgarbi sovviene: “Non consentirò di umiliare Salemi dai magistrati”. E chi ha sequestrato 35 milioni di beni a Giammarinaro: “Cose vecchie, chiarite. Quei terreni andranno a Slow Food e Toscani ha poco senso dell’amicizia”.

Poi mostra la pagina del Fatto, commenta il titolo, il catenaccio, il sommario: “Quello che avete letto dà la sensazione di essere una macchina costruita per ostacolare la mia trasmissione. La mia è l’unica versione, non sono un mafioso e non frequento mafiosi”. Indica il Fatto: “Guardate! Non passerò. Avrò vendetta di questi bugiardi e falsari. La pagheranno. Tradiscono la mia verità”. La sua, appunto. Ecco il critico d’arte che, pagato un milione di euro per cinque o sei puntate, si tuffa in una stucchevole Sgarbiografia: il passato (e il presente) di insulti in televisione, citazioni colte e affreschi di Raffaello, buttate lì con ostinata confusione. Ecco, il palco enorme, la passerella con applausi finti, le statue, le colonne. Il titolo è esaustivo: “Ci tocca anche Vittorio Sgarbi… Or vi sbigottirà (l’anagramma del suo nome, ndr)”.

Ecco, il sindaco di Salemi che si mostra a un pubblico entusiasta con politici e giornalisti: Anna Maria Bernini del Pdl, Ida Colucci del Tg2, Anna Falchi. Il programma è incartato in una lunga copertina con la registrazione di una telefonata, in viva voce, tra Sgarbi e un giornalista del Fatto con la sua memorabile definizione di “Fidel Castro per una redazione televisiva”. Una capra nera l’accompagna in scena, e libera il suo urlo: “Capra, capra, capra”. È in diretta, rivendica la vittoria con il direttore generale, Lorenza Lei: “Non esiste. Non si può andare in onda con una trasmissione registrata”. E invece il sontuoso programma di Sgarbi, 1,4 milioni di euro a sera, è proprio una collezione di filmati vecchi con un unico protagonista: Sgarbi medesimo. Dopo l’opposizione di viale Mazzini su dio, il tema era il padre, ma il sindaco è insieme padre, figlio, sorella. Tutto. C’è solo lui. Che racconta ai telespettatori, chissà quanto interessati, perché il regista Martinez l’ha mollato, perché il titolo è diverso: non è più “Il mio canto libero” in onore di Lucio Battisti, forse la vedova non avrebbe apprezzato.

Guai a cambiare canale, passano sempre immagini di repertorio, sembra una caricatura di Blob eppure, parole sue, “c’è dietro un lavoro di sei mesi”. Il programma non inizia mai: non esistono tempi o scalette, solo improvvisazione. Creatività, certo. Quella con Sgarbi che inneggia al suo egocentrismo e, pur cercando di aspettare un briciolo di senso, le palpebre si chiudono. Ecco, l’effetto del tanto costoso ritorno in televisione del critico in televisione: l’effetto sonnifero. Una noia micidiale a suon di milioni di euro (pubblici).

Sgarbi nel nome del padre (e contro i padrini)

(di Laura RioIl Giornale) Una difesa accesa dall’attacco «mafioso» ricevuto personalmente, una violenta accusa contro la distruzione delle bellezze italiane e una lunga sequenza di dotte citazioni di padri spirituali che raramente vengono nominati in una trasmissione televisiva. Non è facile definire il programma di Sgarbi che ha debuttato ieri sera su Raiuno. Di certo è completamente anti-televisivo, contrario a qualsiasi canone e regola basilare che, tradizionalmente, porta uno show al successo. Ma, magari, proprio per questo, sarà apprezzato. Quanto a un programma si richiede di essere lineare, concreto e basato su alcune idee guida, tanto quello di Sgarbi è stato confuso, caotico, infarcito di mille citazioni, notizie, curiosità, rimandi alla pittura, scultura, letteratura, ai pensatori di ogni genere e campo, da Caravaggio a Giovanni Paolo I, da Pasolini a Renzo Arbore, da Raffaello a Walter Chiari. Che questo sia un bene o no, lo si vedrà questa mattina, leggendo i dati di ascolto: non è facile incuriosire il pubblico, ancor di meno gettandogli addosso una tale quantità di conoscenza. Certo è che, comunque vada, bisogna dare atto a Vittorio Sgarbi di aver avuto il coraggio di portare in prima serata personaggi e intellettuali che poche volte sono stati citati in una fascia oraria solitamente destinata a film, fiction, balletti e calcio. Nomi anticonformisti come quelli di Leo Longanesi, Federico Zeri e Thomas Bernhard. Tanto per ricordare che lui, Sgarbi, vuole restare eretico anche se ha dovuto ubbidire a un direttore generale, Lorenza Lei, che gli ha impedito di parlare nella prima puntata di Dio.

La sigla è effervescente: un montaggio di immagini di disastri recenti (dalle Torri gemelle al terremoto in Giappone) e di particolari della Cappella Sistina. Uno stacco sulla bellissima scenografia che riprende la Scuola di Atene di Raffaello, ed esce Sgarbi. Peccato, però, che il critico cominci con una ricostruzione un po’ noiosa di tutti i guai che ha dovuto attraversare la trasmissione (cambio di titolo, argomento, giorno di messa in onda) prima di vedere il debutto.

Poi si entra nel vivo della puntata il cui argomento sarebbe la paternità, ma al tema ci si arriva solo verso la fine. Dopo un excursus sulla propria carriera televisiva corredata di indimenticabili litigate furiose con la Mussolini, D’Agostino, Aldo Busi, Cecchi Paone, Sgarbi passa agli incontri importanti con i «padri spirituali», per arrivare infine ai «padrini». Da qui parte l’accesa invettiva contro chi «ha tirato fuori vecchie storie già chiarite e uscite sui giornali proprio il giorno prima del debutto per cercare di bloccare la trasmissione stessa». Il riferimento è a varie inchieste di mafia e alla più recente che ha portato al maxisequestro da 35 milioni di euro all’imprenditore siciliano Giuseppe Giammarinaro, accusato di affari illeciti nel campo della sanità e indicato come amico e sostenitore del critico medesimo, sindaco, tra gli altri mille incarichi, della città di Salemi. Accuse che il critico ha respinto rifiutando ogni accostamento non conforme alla legge e rivendicando invece di aver combattuto e continuare a combattere la mafia. E passando poi ad accusare coloro che hanno permesso il diffondersi del vero male dell’Italia: la distruzione delle bellezze artistiche e naturali. A Carlo Vulpio, capo degli autori del programma, il compito dell’invettiva contro l’eolico, battaglia cara a Sgarbi con un attacco diretto a Vendola e alla sua politica verde in Puglia.

Poi la puntata è continuata con una sorpresa: il dibattito a tre tra un nonno e padre, un padre, e un figlio, tutti e tre con un solo cognome: Sgarbi. E cioè il novantenne genitore del critico, in collegamento da Ro Ferrarese e il nipote, Carlo Brenner Sgarbi, figlio del critico. Insomma un momento di racconto della paternità reale, vissuta in un modo molto poco tradizionale come può essere quella di un uomo che si professa allergico a qualsiasi unione e vive da puro libertino. Spiazzante soprattutto come Carlo ha raccontato la paternità negata avendo visto Sgarbi solo poche volte nella sua vita. Per rendere ancor più sostanzioso il tema, in studio è arrivato Gavino Ledda, lo scrittore sardo autore del Padre padrone. A intermezzare i momenti di riflessione le musiche di Morgan (con cui c’è stato anche un momento di tensione) e di Fausto Leali. Oggi il verdetto.

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