Rassegna stampa

RASSEGNA STAMPA/ L’Italia s’è desta con Benigni

Rassegna stampa dedicata allo straordinario monologo di quasi un’ora di Roberto Benigni al Festival di Sanremo. L’attore premio Oscar è entrato dal fondo della platea del Teatro Ariston a cavallo, alla garibaldina, imbracciando una bandiera tricolore. Il monologo si è concluso con l’emozionante canto a cappella del nostro Inno di Mameli.

L’inno di Roberto al Festival

(di Aldo GrassoCorriere della Sera) Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Dal torpore sanremese, dal suo torpore di questi giorni convulsi e insieme tragicomici. Tocca a Roberto Benigni, a cavallo di un caval, dare un senso a questa serata di canzoni «storiche», celebrare la messa della giornata più simbolica del Festival, «nata per unire». Ci mancava la sua esegesi dell’inno di Mameli (unico inno al mondo che porta il nome del paroliere e non del musicista), in cui, tra tante citazioni colte e forbiti riferimenti, riesce a infilare Ruby Rubacuori e «Le mie prigioni» di Silvio (pausa) Pellico; ci mancava il suo inno all’Italia per ritrovare un po’ di orgoglio, un po’ di identità nazionale. E allora viva l’Italia, l’Italia liberata, l’Italia del valzer, l’Italia del caffè… Van De Sfroos, sfidando persino le ire leghiste, ha cantato De Gregori perché c’è una sola cosa che unisce indistintamente tutti gli italiani, ed è la canzone, la nostra sola «religione civile».

Non la bandiera, non il made in Italy, non la moda, non le forze armate, non la Nazionale. Forse Sanremo, in quanto rito, auto-rappresentazione collettiva, festa civile finalmente affrancata dai suoi contenuti specifici (questo spiegherebbe, ogni anno, il costante successo di pubblico nonostante la modestia dello show). Per la serata dedicata all’Unità d’Italia—finora la più divertente e la più ispirata di questo Festival— c’era tutto lo stato maggiore della Rai, più vari politici, felici di farsi un po’ sbeffeggiare da Luca & Paolo e poi da Benigni, più il piccolo olimpo dei presenzialisti, pieno di Tinti e Rifatte, il pubblico ideale cui offrire il simpatico kitsch del «Va, pensiero» interpretato da Al Bano (un sudista per la hit della Lega!).

Che la serata sanremese ci serva da lezione: le celebrazioni non sono polverose feste della nostalgia o della retorica. Sono invenzione, gioia, canto e incanto, amor proprio e amor di nazione. Se la canzone ci unisce, l’Inno di Mameli, al più presto, ci desti!

 

“L’Italia? Una bimba. In pratica minorenne”

(di Alessandra ComazziLa Stampa) Erano le 22,30 del 17 febbraio 2011, terza serata del Festival di Sanremo numero 61, e Roberto Benigni è arrivato a cavallo sul palcoscenico dell’Ariston. L’epifania di Benigni è sempre straordinaria, e dunque l’hanno fatta sospirare ai telespettatori, attendendo forse un momento di santoriana pausa. E’ arrivato per dare alla patria tutta una lezione di patriottismo. Inteso come l’amore per il posto in cui si abita. Inteso come l’orgoglio per questo nostro Bel Paese, il posto più bello del mondo, a lungo «posseduto, violentato, saccheggiato». Ma prima ancora ha dato una lezione di politica nel senso etimologico del termine, la politica come l’amore per la propria città, e dunque, appunto, per il paese in cui si vive. Ha dato una lezione di storia, ha divulgato.

Ha fatto il monologo con la sua consueta passione, senza aver paura della retorica e delle battute, Ruby, le nipoti, ma davvero nell’impianto narrativo della sua mezzora (abbondante), del suo fiume di parole, le frecciate a Berlusconi erano il contorno. «Mameli, quando scrisse l’inno aveva 20 anni. A quell’epoca la maggiore età si raggiungeva a 21. E Mameli era minorenne. Anche l’Italia è minorenne. Che cosa sono 150 anni? L’Italia è una bimba. La storia delle minorenni, d’altronde, è nata con Gigliola Cinquetti che si spacciava per la nipote di Claudio Villa e a Sanremo cantava “Non ho l’età”. Mentre Cavour se la intendeva con la nipote di Metternich». Oppure: «Le procure stanno perdendo tempo. Silvio, se non ti piace cambia canale, vai sul due, ah no, c’è Santoro, allora vai a dormire. Dunque le procure perdono tempo. Bastava andare all’anagrafe egiziana per vedere se Mubarak di cognome si chiama Rubacuori, Mubarak Rubacuori». E ancora: «Sono felice di essere accanto a Gianni Morandi, persona straordinaria, uno stile memorabile (Benigni la ripete molto, la parola «memorabile», n.d.r.). Non se la prende mai, non reagisce ai soprusi: questo stile mi piace molto, il prossimo festival lo facciamo presentare a Bersani. D’altronde Morandi ha dedicato la canzone a Garibaldi, uno su mille ce la fa. E qui parliamo di Risorgimento, che è stato fatto da uomini memorabili: Mazzini, Garibaldi, Cavour, Andreotti… Andreotti era piccino».

Battute, sì, ma erano il contorno. Gli antipasti che dovevano condurre al piatto forte, l’esegesi dell’Inno d’Italia. Esegesi, secondo le più scaltre tecniche oratorie, a lungo invocata come un mantra, e che è poi esplosa in tutta l’immaginifica capacità affabulatoria di Benigni. Che ha posto il suo intelletto al servizio dell’analisi delle parole e delle musiche di Mameli e Novaro, due genovesi. Ha commentato verso per verso, invocando con aria di bonario rimprovero Bossi sempre malmostoso su «schiava di Roma» («Umberto, è la vittoria che è schiava di Roma, non l’Italia! Il soggetto è la vittoria!), spaziando dalle Guerre Puniche all’Impero Romano, dagli Orazi e Curiazi alle coorti, quelle alle quali ci si deve stringere, ha parlato di Francesco Ferrucci e Maramaldo.

«Il nostro inno è talmente bello che consente anche di non festeggiarlo». Ha parlato del mito di Garibaldi, di Churchill che, dopo aver vinto la guerra, perse le elezioni, e disse: «Proprio per questo abbiamo combattuto». Ha parlato di Dante cui appare Beatrice (in quel punto gli è pure mancata la parola «verde», soffocata forse dall’impeto): Dante perché da lui derivano i colori della nostra bandiera. E la nostra importantissima lingua. Ha parlato di Gioberti, insistendo sulla necessità dell’unione (ovvio richiamo a Morandi). Ha parlato delle donne del Risorgimento, citando anche la Contessa di Castiglione: «Non potete sapere che cosa hanno fatto le donne»: beh, la contessa di Castiglione ha combattuto per Cavour nel letto di Napoleone III, ma insomma. Parlava di diritti, dei voti alle donne, prima donna ministro fu Tina Anselmi, nel ‘76. Benigni ha chiosato anche le strofe del nostro inno che nessuno più conosce e canta. «Storia di un’Italia sventrata dagli stranieri», di Umberto da Giussano: «Legnano. Il carroccio. Ma loro ci sono morti. Si misero tutti insieme e fecero la Lega Lombarda. Distrussero Federico Barbarossa. E’ dentro l’inno di Mameli: ogni volta che dite Legnano, potete sventolare tranquillamente la bandiera». Ha esortato a celebrare la festa nazionale, ha ricordato tutti coloro che sono morti perché noi potessimo vivere. Ha detto che il Risorgimento l’ha fatto il popolo, e questa fa il paio con l’impegno della Contessa di Castiglione: l’arte retorica ha le sue esigenze.

Ha terminato cantando «Fratelli d’Italia», quietamente, senza musica. Sarebbe stato meglio che il pubblico non avesse applaudito a metà. Benigni è un autore, è attore, regista, premio Oscar, è un uomo di spettacolo. Sa fare spettacolo. L’emozione che dà un grande uomo di spettacolo è qualcosa di insostituibile. Sipario. Tutti in piedi ad applaudire. E poi la commozione di Morandi, e la Canalis, ancorché con il suo acquisito birignao, che dice una cosa saggia, alla fine: «Ora è molto difficile andare avanti». Ma poi si avanti. Anche con Bizzarri e Kessisoglu, che hanno letto un brano sui mali dell’indifferenza, il peso morto della storia: «Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare». Il brano era di Gramsci, scritto nel 1917. E la foto di Gramsci campeggiò sul palcoscenico dell’Ariston.

 

La carica di Benigni

(di Stefano MannucciIl Tempo) L’unico che avrebbe potuto disarcionarlo era il cavallo Ombra, che ha avuto uno scarto sotto il palco, curiosamente all’altezza di Masi. Altro che «tono istituzionale». La carica di Benigni è stata inarrestabile, a spada sguainata contro Berlusconi. Quando scende di sella è già pronto per l’attacco: «Anche perchè di questi tempi ai cavalieri non va tanto bene». Addio par condicio: «Centocinquant’anni? L’Italia è una bambina, anzi una minorenne». A briglie sciolte, subito. «La storia delle minorenni è nata qui a Sanremo, quando la Cinquetti cantava “Non l’età”». E ancora: «Mameli era barbuto, ma aveva vent’anni. Era minorenne». E via al galoppo: «Silvio Pellico, “Le mie prigioni”, un libro memorabile, chissà quanto tempo ne passerà prima che qualcuno ne scriverà un altro così». Cavour? «Grande statista, prima di finire rovinato per lo scandaletto con la nipote di Metternich». A tratti, la citazione è diretta. «Le procure ci hanno messo quattro mesi per capire se Ruby era la nipote del presidente egiziano? Bastava cercare sull’elenco uno che si chiamava Mubarak Rubacuori». Masi, in prima fila, è una statua di gesso. Benigni lo sfida: «Ci sono due persone che di questi tempi telefonano spesso, uno è in sala». E perfido: «Cambia canale, vai su Raidue. Nooo, lì c’è Santoro». L’allusione è continua: «Mazzini e Garibaldi sono morti poveri, ma hanno arricchito enormemente gli italiani».

Ma davvero a Raiuno ci si aspettava un Benigni a fari spenti per una lectio brevis senza l’ombra del premier? La par condicio è uno zuccherino: «Quel verso dell’inno, “dov’è la vittoria”, sembra scritto dal Pd». Però Roberto è davvero un funambolo dell’arte retorica e dell’incantesimo storico. Dà l’impressione di saperle tutte, il Benigni Bignami, e a tratti è davvero torrenziale. Anche quando spiega a Bossi che «a essere schiava di Roma non è l’Italia, ma la vittoria». Mameli? Sì, ma si passa per Scipione, l’impero romano, gli Orazi e Curiazi, la battaglia di Legnano, Francesco Ferrucci, Balilla, e poi certamente i patrioti che hanno difeso «il corpo saccheggiato della Patria, il corpo più bello del mondo». Vola alto come se recitasse Dante, e tutta la seconda parte fa vibrare di echi davvero risorgimentali la platea dell’Ariston. C’è da sottolineare la grandezza di Churchill, che parlava di vittoria anche dopo una sconfitta. E la bandiera tricolore. E la lingua dell’Alighieri e del Petrarca. Chi volesse attaccarlo polemicamente si troverà in difficoltà: anche se è stato immensamente populista, in certi momenti pedante e ha pescato facile nello sterminato patrimonio storico-culturale del Belpase. Tanto che forse, dopo la quasi commossa intonazione di chiusura dell’Inno di Mameli da parte dell’attore, gli echi delle grasse risate e le frecce infuocate sulle minorenni immalinconiscono. Un grande Paese non dovrebbe aver bisogno di triturare i governanti, per ricordare la propria unicità nella Storia universale.

Gramsci e le Iene. Si poteva pensare che per Luca e Paolo fosse una sera di mezzo riposo. Errore. Al mattino avevano detto: «Fare satira dopo Benigni è come girare un film porno dopo Siffredi». E per un po’ gi avevamo creduto. I due si erano dedicati a omaggiare Gaber, o a martirizzare Morandi dopo la sigla d’apertura («I mille di Garibaldi? Tu c’eri, e dicevi a loro: “Stiamo uniti”). Poi la miccia accesa: meno di mezz’ora dopo Benigni, eccoli in scena con volti tesi, facce attoriali, toni ieratici. «Odio gli indifferenti…». Cosa sarà mai questa lettura vibrante, senza ombra di sorrisi, a luci basse? A metà del loro testo, in tanti sobbalzano. È decisamente Gramsci. Nientemeno che “La città futura”, il numero unico del 1917 preparato per la federazione giovanile socialista piemontese. Parole dure come pietre, accenti severi, destinate a formare gli idealisti italiani negli stessi mesi della rivoluzione sovietica. Alla fine della recitazione di Luca e Paolo la platea appare disorientata. C’è un interminabile attimo di silenzio prima di un applauso di prammatica. E la gigantografia alle spalle dei due conferma: era proprio Gramsci. Non satira, dunque, ma un testo ideologico di un intellettuale scomodo a tutti, letto da pochi, temuto da molti. E allora qui c’è qualcosa che non quadra: è lo stesso Festival della balbettante Canalis, del cazzeggio canzonettaro? È la sera dei toni «sobri e istituzionali» del 150mo dell’Unità d’Italia o dell’87mo anniversario della fondazione dell’Unità di Gramsci? Masi aveva tenuto botta dopo Bignami Benigni, qui la situazione si è complicata d’improvviso. Spazzata via di colpo la sensazione che le due Iene avessero sparato la loro bomba al debutto con “Ti sputtanerò”, e che volessero viaggiare di conserva fino al loro ritorno a Mediaset. Dove, contratto alla mano, resteranno per altri sei anni. La nuova Raiuno “satirica” (che nella seconda serata ha tenuto sul piano degli ascolti con un 42,6 di share) può scordarsi un eventuale ingaggio dei due bricconi, che non hanno mai consegnato i loro copioni. Già ad inizio serata Luca e Paolo non si erano lasciati scappare l’occasione di pestare i calli soprattuto a La Russa: «se è diventato ministro lui c’è speranza per tutti», e «grazie per aver parlato pubblicamente bene di noi. Magari la prossima volta non lo faccia: a casa non ci salutano più».

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