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La tv di civiltà fa anche ascolti: gran successo per Fazio, Saviano, Benigni

(Cose di tele di Alessandra ComazziLa Stampa.it) Gli ascolti di «Vieni con me», Raitre, sono stati clamorosamente alti. Di questi tempi, 7 milioni 623 mila spettatori, 25,48% di share, non li fa più nessuno. Picchi di 9 milioni 300 mila persone, con Benigni. Gran successo soprattutto tra giovani e laureati. Il confronto è diventato radicale, l’altra sera. Spente praticamente le luci di Raiuno e Raidue, soltanto Canale 5 faceva concorrenza, col Grande Fratello. Ma non era vera concorrenza. E non perché entrambi i programmi sono prodotti dalla potente Endemol; ma perché i due target di pubblico sono eterogenei. La novità è che finalmente sono stati accontentati coloro che non trovano niente da vedere, in una tv che non li rappresenta, tra slogan, parole vuote, tette e culi. E’ bastato che una serie di persone neanche troppo televisive andasse in tv a dire parole di senso, che il senso della televisione è stato ritrovato. E non è questione di destra e di sinistra, sbaglia chi dice che il programma è stato un elogio della sinistra. Non è vero. Saviano l’ha anche criticata, la sinistra. E’ stato un programma di civiltà, di cultura intesa come quella cosa che fa bella la vita. Merito a Fabio Fazio, guida e organizzatore di fil di ferro. In anni di accuse di buonismo, non ha mai rinunciato a essere com’è, educato, discreto, bravo nel lavoro. Doti che solo questa società alla rovescia trasforma in difetti.

Benigni esausto che canta «E’ tutto mio» è stato un gran pezzo di televisione. E «Vieni via con me» è stato soprattutto teatro in televisione. Quelle tre ore di elenchi, monologhi, canzoni, sembravano ciò che di più antitelevisivo si possa dare, in questi video-tempi veloci e affrettati, fatti di slogan e non di ragionamenti. Il programma di Fabio Fazio ha invece riscoperto il valore della parola. Non a caso, di sfondo, stavano le pietre millenarie di un teatro greco. Con orgoglio intellettuale, il riferimento non detto era al Verbo, «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Orgoglio ma non presunzione, perché la presunzione è fatta di improvvisazione e di superficialità e di scarsa conoscenza dei mezzi propri e altrui. Fazio invece è così: si prepara, e cerca il meglio su piazza, inseguendo il pensiero trasversale. In fondo fu lui a portare Gorbaciov e il Nobel Dulbecco sul palcoscenico di Sanremo. Ebbe un successo ancora ineguagliato, pure quantitativo, e in fondo quel Festival segnò la via.

Canta Daniele Silvestri il fondamentale brano di Gaber «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono», e a poco a poco la parola «italiano» trascolora e diventa «Saviano». Fazio aveva cominciato questo spettacolo che è una citazione di Paolo Conte, con una serie di elenchi alla Hornby, i buoni motivi per costruire una moschea a Torino, i mestieri di una giovane neolaureata. Poi è arrivato Nichi Vendola a dire i modi in cui si può definire l’omosessuale. E Abbado ha elencato i motivi per cui è sbagliato tagliare i fondi alla cultura.

All’Italia e alla mafia era dedicato il monologo di Saviano, lungo una buona mezzora. Mezzora è molto lunga in tv. Lui l’ha saputa gestire con foga oratoria, richiami a Falcone e Borsellino, la lucida indignazione sulla macchina del fango, che ricopre chi si schiera «contro questo governo. Viene attaccata la vita privata, e chi deve scrivere ha paura. Così si attacca la libertà di stampa, di informazione».

Luci splendide, primi piani gloriosi. Poi è arrivato Benigni: «Poiché io non prendo il mio cachet, spero che Masi rinunci allo stipendio». Battute battute battute, e una narrazione di una lucida analisi comico politica, culminata nella canzone «E’ tutto mio». Battuta migliore. «Dice Bersani di Berlusconi: bisogna abbatterlo politicamente: la prossima voglia bisogna beccarlo con una minorenne del pd».

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