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Se la realtà è peggiore del Grande Fratello

Ancora una volta la realtà si fa beffe della fantasia, in questo caso del reality, genere considerato il sostituto della realtà, il non luogo per eccellenza di ogni esistenza mediatica. Quando nel 2000 uscì la prima edizione del «Grande Fratello» si gridò allo scandalo. La tv stava «realizzando» una concezione resa narrativamente tragica da George Orwell in «1984» ed esposta in sede teorica da Michel Foucault in «Sorvegliare e punire». L’idea era quella del Panopticon di J. Bentham, un dispositivo carcerario e repressivo in cui, chi è rinchiuso, può essere osservato senza poter osservare. Il Big Brother televisivo— così si diceva — era il portato della letteratura dell’anti-utopia (Zamjàtin, Huxley, Burgess), carica di angosce, ripulse, umorismo sarcastico e violento, ma anche di amara retorica del martirio. La sua immagine più celebre è lo schermo tv che appare per la prima volta in Tempi moderni di Chaplin (1936): un operaio si nasconde nel gabinetto della fabbrica per fumare e viene raggiunto dall’occhio del padrone che lo controlla con una telecamera. Nel frattempo la realtà si è data da fare. Il mito di Echelon (il sistema di controllo mondiale realizzato ai tempi della Guerra Fredda) è quotidianità: telecamere piazzate ovunque, intercettazioni sulla rete telefonica e sulle rotte di navigazione in Rete, videosorveglianza in ogni edificio, il privato che, grazie a Internet, non solo diventa pubblico ma globale, le vicende personali dei politici che irrompono sulla scena pubblica con fragore e scandalo. Nella vita di tutti i giorni sembrano non esserci più zone d’ombra, se persino il gossip e le lenzuola sono diventate un’arma politica. Un tempo ci si limitava a osservare gli incidenti stradali; adesso vengono filmati con il telefonino e caricati su YouTube. Il Grande Fratello televisivo è vissuto ormai come un gioco per educande: se ospita un trans, di questi tempi, non fa certo scalpore. Non il reality ma la realtà ci spinge a credere di vivere nel mito della trasparenza, dentro una casa di vetro; tanto, con la tecnologia, è inutile chiudere le porte.

di Aldo Grasso Corriere.it

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